Newsletter di Dicembre

Questa è la newsletter gratuita prodotta dallo Studio De Pas per divulgare l’informazione. I destinatari sono psicologi, psicoterapeuti, medici, insegnanti, e utenti. All’indirizzo info@curarelabalbuzie.it si possono inviare osservazioni, domande, contributi da pubblicare sulle prossime newsletter o sul sito www.curarelabalbuzie.it, oltre a pareri e suggerimenti.   

Roberto De Pas

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LA BALBUZIE.

 I frutti della lotta intellettuale, insieme con la lotta stessa, in collaborazione con l'attività creatrice dell'artista, forniscono contenuto e significato alla vita.

                                                         Albert Einstein, 1943.

 Lotta intellettuale: intendo, con questa espressione l'intenzionalità a portare cambiamenti là dove si individuano problemi. Per esempio: la balbuzie, come problema della comunicazione, della relazione, del linguaggio. Ne ho coscienza, mi crea disagio. Mi attivo per cambiare.

La lotta stessa: è l'azione, o le azioni concrete, che vado a compiere per realizzare quel cambiamento. Nel caso della balbuzie, per lotta non si intende una lotta contro la balbuzie, ma azione a favore del linguaggio. Fluido e fluente. La citazione di Einstein è tratta da uno dei suoi Pensieri degli anni difficili (Boringhieri, 1965, p, 148), in cui parla di lotta per una comunità libera, di lotta che vuol creare esseri umani felici: il che costituisce il fattore più importante nella formazione dell'esistenza umana,

Attività creatrice dell'artista: è la capacità di trasformare, di creare, di pensare e realizzare un progetto. L'azione intellettuale in collaborazione con l'attività creativa, ridà potere a linguaggio e comunicazione, anche nel loro aspetto tecnico. Che, nel caso della balbuzie, è: a. il rapporto fonazione/respirazione, e quindi anche le pause; b. la velocità del linguaggio; c. l'organizzazione del pensiero rispetto alla fisiologia del linguaggio, dentro cui il pensiero che comunichiamo deve incanalarsi; d. consapevolezza rispetto all'intensità, alla durezza/non durezza dei suoni linguistici. L'attività creatrice, non necessariamente prerogativa dell'artista, è, per noi, quel movimento interiore che si attiva per una nuova visione del linguaggio e della comunicazione, da cui acquisire la capacità di gestirne la funzione fino a sentirsene i padroni; buttando così alle ortiche la sensazione, molto diffusa nella balbuzie, che sia il linguaggio, invece, a gestire, a dominare il parlante. Ma non è solo questo: perché questa attività creativa costruttiva e ricostruttiva verso sé stessi (linguaggio e persona) nasce dall'intenzionalità ad aprire la comunicazione verso il mondo esterno. E questa intenzionalità è già essa stessa comunicazione esterna, desiderio della relazione. Esiste un legame strettissimo tra l'attività creativa verso il proprio linguaggio (la cura, la scelta delle parole, la consapevolezza tecnica nell'uso della funzione linguaggio) e l'attività creativa che si usa nella effettiva ricerca della libertà, disponibilità, desiderio e realizzazione della comunicazione.  Perché voler andare oltre la balbuzie è attività creativa in collaborazione con l'azione intellettuale.

La terapia della balbuzie deve favorire questo percorso, caratterizzato non solo dalla rieducazione tecnica del linguaggio, ma -e molto di più- dalla scoperta del fascino del comunicare, del dire, del parlare. Momento importante di questa terapia è la narrazione di storie. Applicabile con bambini, adolescenti, adulti.La sua caratteristica: sono storie inventate, possono essere narrate a più voci, hanno un alto contenuto metaforico anche involontario, non implicano particolari stati emozionali o prestazionali (quando si inventa, tutto è possibile), il linguaggio non è veloce perché il racconto nasce durante il farsi del linguaggio e perché il linguaggio, lì, si sta davvero "facendo": non c'è la fretta, o l'ansia, di voler arrivare alla fine del racconto. E' completamente diverso dal racconto che un ragazzo può fare di un reale evento come, per esempio, l'azione, nel campo da calcio, dove, tra dribbling vari, arriva davanti al portiere avversario e insacca un magnifico goal. L'ansia e l'euforia di un simile racconto possono trascinare precipitevolissimevolmente il racconto in un vortice di velocità, ansia narrativa e sfociare nella balbuzie. Cosa che può non accadere se attraverso il narrar storie inventate, si è passati da un esercizio costante di dominio e studio sul proprio linguaggio.

La terapia della balbuzie è caratterizzata da un continuo esercizio: non solo logopedico, ma soprattutto creativo, narrativo. Perché quel che conta è la rivalorizzazione del contenuto da comunicare, e del desiderio di volerlo comunicare. L'intera giornata di una persona è il luogo deputato a questi esercizi. La cura della balbuzie non è finalizzata a non più balbettare, ma a dire, a esporre i contenuti, a dirsi, a mettersi in gioco. In questo modo la relazione non sarà più temuta, e il proprio discorrere scorrerà con la fluenza desiderata.

A queste domande:

Cos'è la balbuzie? Come si cura? Perché si balbetta? e anche alle altre che vorrete, potrò rispondere il 12 Gennaio 2018: Studio Aperto per chi desidera informazioni.

Scrivete a: roberto.depas@tiscali.it

o telefonate allo 02 805 24 25

Balbuzie

La balbuzie è un disturbo multifattoriale (Linguaggio e Personalità; Linguaggio e Comunicazione; Linguaggio e Relazione), ed è trasversale rispetto all’età: Bambini, Adolescenti, Adulti. (...) Leggi tutto.

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 I D.S.A.

Il rischio non è di poco conto. Tutto l'iter disposto rispetto ai Disturbi Specifici d'Apprendimento prevede un percorso di Diagnosi Certificata attraverso i vari test. Se il risultato di tali test sancisce la presenza effettiva di uno o più DSA, si passa alla richiesta del PDP (Piano Didattico Personalizzato), che sarà stilato dalla Scuola, per poi essere approvato e firmato dalla Famiglia del ragazzo, su cui si è fatta l'indagine diagnostica. E, per l'Anno Scolastico in corso, e anche per i successivi, tutto è a posto.

Dov'è il rischio, allora?

La normativa stabilita è assolutamente necessaria, per creare parametri di individuazione del DSA. E, quindi, tutto bene. La mia équipe, per altro, è accreditata dalla ASL di Milano a tale Certificazioni.

Il DSA ha la necessità di essere inserito entro valori di riferimento e, ancor di più, la necessità di essere situato dentro a un percorso ben preciso, come il PDP. Necessario, ma non sufficiente. Non basta, cioè, garantire, sulla carta, il diritto allo studio dell'alunno con DSA e secondo i suoi personali bisogni. Questo diritto, per essere concreto e sostanziale, deve basarsi su due princìpi ineludibili:

1. Il PDP deve essere uno strumento in movimento, usato dagli insegnanti, condiviso con le famiglie, cui deve essere periodicamente documentato, in relazione all'effettivo andamento scolastico dell'alunno. In movimento significa che non è mai una volta per tutte, che va continuamente messo in discussione, e che il suo aggiornamento, revisione o addirittura annullamento, passano dalla capacità di "ascolto", oltre che di osservazione, che gli insegnanti avranno verso l'alunno direttamente interessato. La cui autostima deve essere messa al primo posto, come esigenza e obiettivo degli insegnanti, rispetto ai percorsi didattici.

2. I margini di rieducabilità dei DSA sono ampli, molto ampli. Quindi, va contro il diritto allo studio dell'alunno ritenere, prima soggettivamente, poi operativamente, che Diagnosi Certificata e PDP autorizzino la Scuola a una visione statica del DSA, dove, cioè, non esiste alcun movimento, alcun margine di progresso. Col risultato che tutto il lavoro di intervento sul DSA rischia di basarsi su visioni dispensative o compensative, eliminando totalmente qualsiasi progetto di rieducazione del DSA, sia all'interno delle attività didattiche, sia come effettivo lavoro da svolgere con l'alunno.

Il rischio, quindi, è che Diagnosi e PDP determinino, all'interno di una visione statica del problema, non solo un'idea di non-movimento nel rapporto educativo-didattico, che sempre è indispensabile, ma, addirittura, una penalizzazione del diritto allo studio: il PDP non punta sul potenziale dell'alunno, il PDP non viene aggiornato nel corso dell'Anno Scolastico, non viene discusso con la famiglia. Il PDP protegge tutti, allora, meno che l'alunno, perché non si punta al suo potenziale, ai suoi movimenti, alla sua evoluzione. Cui, per altro, anche anagraficamente appartiene, per definizione, la sua Età Evolutiva.

A queste domande:

Cos'è il DSA? Come lo si rieduca?  Perché la Diagnosi Certificata?

e anche alle altre che vorrete, potrò rispondere il 12 Gennaio 2018:

Studio Aperto per chi desidera informazioni.

Scrivete a: roberto.depas@tiscali.it

o telefonate allo 02 805 24 25

D.S.A.

Lo Studio De Pas, di Psicologia e Psicoterapia, è stato accreditato, con DELIBERA ASL n. 1045 del 24/9/2013, come Soggetto Autorizzato alla Prima Diagnosi Certificata del D.S.A. (...) Leggi tutto 

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