NEWSLETTER DI LUGLIO

Questa è la newsletter gratuita prodotta dallo Studio De Pas per divulgare l’informazione. I destinatari sono psicologi, psicoterapeuti, medici, insegnanti, e utenti.

All’indirizzo info@curarelabalbuzie.it si possono inviare osservazioni, domande, contributi da pubblicare sulle prossime newsletter o sul sito www.curarelabalbuzie.it, oltre a pareri e suggerimenti.   

Roberto De Pas

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Qui di seguito, il riassunto di una comunicazione presentata a Napoli al

XIV Seminario internazionale interdisciplinare CISAT di 
Psicologia, Psicoterapia e Letteratura 

L’arte come strumento terapeutico

TEATRO TERAPIA

… le strade dei due maggiori registi del secolo rifluivano in un medesimo punto d’incrocio, e l’arte assumeva valore di mutuale sostegno, di suprema riconciliazione nella non-luce d’un bieco bosco di delazioni e sospetti. Ma anche: com’è assurda ogni fuga, ogni ricerca di risorse inconsuete, se il fuggitivo trova l’estremo sollievo soltanto nel grembo d’un mondo da cui era evaso col sogno di irreversibili americhe.

Queste righe di Ripellino (Il trucco e l’anima, Einaudi, 1974, p. 406.), nella loro sintesi metaforica, ben rappresentano il mio uso del lavoro teatrale, all’interno della terapia della balbuzie e dei disturbi della comunicazione. Ne è il manifesto. Perché:

1. La conflittualità tra Stanislavskij e il discepolo Mejerchòld (i due maggiori registi del secolo di cui parla Ripellino) sfocia nel loro re-incontro, rappresentato come un incrocio: delle diversità artistiche (ma anche culturali e personologiche, e quindi dell’individuo). Oltre che dell’edipica diversità generazionale. L’incrocio non annulla le diversità, anzi le esalta: le strade mantengono la propria identità, offerta l’una all’altra e all’altra ancora. Aprendosi in una agorà. Un meticciato: metafora della creatività, implicita nell’incrociarsi delle diversità culturali, e metafora anche delle “diversità interiori” del singolo individuo. Il conflitto interiore è l’incrocio che ci abita, una condizione umana universale, e mai neutrale e quindi potenzialmente ricchezza o povertà: il conflitto è, o può essere, portatore del nuovo, a sua volta cammino verso il cambiamento: no hay caminos, hay que caminar. L’arte, sì l’arte che crea, ma anche l’arte che si apprende e che si usa nel cammino terapeutico, ha la capacità, e quindi il dovere, di realizzare quel potenziale, sorretta dal valore di mutuale sostegnoMutuale, perché il teatro è lavoro di relazione, di complicità, di compresenza. Pur nella non-luce d’un bieco bosco di delazioni e sospetti: quel bosco era il reale clima politico dei due registi; per noi, è la non-luce della Persona, quando questa vive, e attua, un’autocensura costante della propria comunicazione e libertà di parola: perché la balbuzie è, prima di tutto, Disturbo della Relazione, conflitto, sospetto, quindi, verso i propri contenuti, sospetto, paura, verso l’ascoltatore.  E delazione: la balbuzie è spia di conflitti, una spia che, quando si insedia, prende il potere, destabilizza e relega ai margini, quanto meno ai margini della comunicazione. E a volte anche fino alla clandestinità, per creare la propria assenza fonica e verbale. Lo svolgersi del sospetto e della delazione, il loro attuarsi, per altro, è circolare. E se il circolo è vizioso, l’Arte può renderlo virtuoso, creare la suprema riconciliazione, usandone l’energia. Anche in modo tecnico: perché la formazione dell’Attore è anche studio fonico-respiratorio, e della postura. Del corpo.

2. Questa trasformazione creativa dell’energia risulta addirittura palpabile dentro al tempo-spazio  dell’incontro e del lavoro tra gli attori: energia fatta di incroci di strade che fluiscono verso un medesimo punto (agorà), di mutuale sostegno, suprema riconciliazione. Ingredienti, questi, da pensare come sempre attivi e in movimento, attraverso il percorso della interiorizzazione dei vissuti così esperiti. Questa interiorizzazione, che si svolge anche durante il tempo/spazio che passa tra la fine di una seduta/lavoro e l’inizio della successiva, è il compito vero dell’arte terapia, e, io credo, il più difficile e responsabilizzante sia per il paziente che per il terapeuta. I quali saranno sempre molto attenti a un tale compito; e, anzi, lo penseranno come il proprio lavoro da svolgere all’interno dell’arte (teatro) terapia. L’interiorizzazione, e l’intenzionalità, costituiscono il processo che rende non-assurda ogni fugaogni ricerca di risorse inconsuete.  Perché il fuggitivo non vorrà trovare l’estremo sollievo soltanto nel grembo d’un mondo da cui era evaso col sogno di irreversibili americhe. Ma la liberazione, e non solo del linguaggio, vorrà trovare nella costante ricerca delle proprie irreversibili americhe. 

Nella prossima newsletter presenterò il testo della Relazione. Qui, mi soffermo sulla rappresentazione della balbuzie, come di un incrocio, e prescindendo dall'uso del Teatro nella cura della balbuzie.

 1.   La balbuzie è fatta di almeno due elementi:

       - il linguaggio che non scorre (la parte visibile),

       - la personalità del parlante, cioè la sua psicologia, la sua visione del mondo (anche i bambini hanno la propria visione del mondo), la sua percezione di sé e della propria comunicazione.

 

La balbuzie può essere definita in più modi:

 - disturbo periferico-funzionale del linguaggio: la balbuzie in sé, così come si presenta.

- disturbo della comunicazione: la disponibilità a comunicare non è libera, è condizionata.

- disturbo della relazione: il rapporto sociale è selezionato, in funzione della comunicazione.

- disturbo della personalità: la Persona si modifica, nella relazione e nella comunicazione.

- disturbo dell'ansia: ansia generalizzata, ma anche sociale (la prestazione; e non solo verbale).  

La capacità di queste definizioni a rappresentare la balbuzie aumenta se le pensiamo tutte, a loro volta, in reciproco rapporto: cioè la balbuzie è un

Disturbo periferico-funzionale del linguaggio,

la cui presenza,

che è discontinua (nel senso che, spesso, la balbuzie è assente e il linguaggio scorre),

si accentua quando

la Comunicazione da fare in quella precisa situazione assume, agli occhi del Parlante e secondo la sua percezione, caratteristiche ansiogene e/o coinvolgenti: non necessariamente un esame o interrogazione, un colloquio di lavoro, un discorso in pubblico, ma anche soltanto il racconto di un'azione che ha portato a un goal, piuttosto che il racconto di un film. Faccio l'esempio del goal, perché la balbuzie è abbastanza "maschilista": è molto più diffusa tra i maschi. Ma si può parlare anche di tennis, o di politica. Insomma, un racconto o una discussione che in qualche modo ci coinvolge.

La Relazione, entro cui avviene il racconto, è il luogo della difficoltà: difficoltà a relazionarsi nella comunicazione. Disturbo della relazione non significa necessariamente che la relazione sia temuta: indica, invece, un non sufficiente dominio di sé (linguistica, ma non solo), o anche una dipendenza sociale, in termini di stima e autostima, quindi una dinamica sociale rigida, non morbida.  Questa modificazione della funzione-linguaggio è la rappresentazione di un

Disturbo della Personalità: il Parlante, in effetti, modifica il proprio stato, il proprio modo d'essere, nel momento in cui i suoi rapporti umani e sociali (le sue relazioni) gli determinano aspettative o

ansie, polarizzate soprattutto sul linguaggio.

Insomma la balbuzie è

un incrocio, segnalato dal semaforo del linguaggio: il suo essere verde o rosso non dipende dal Parlante, dalla sua volontà, ma da una serie di circostanze interiori ed emozionali, che, di fronte a concrete situazioni esterne, possono suscitare, o meno, la memoria della balbuzie. Ossia: un linguaggio non organizzato, non dominato. Pur se spesso tale linguaggio risulta ordinato, organizzato, dominato. Quindi memoria della balbuzie, nel senso che scattano meccanismi fonico-respiratori e locutori immagazzinati nella persona, come inconsapevole e tanto meno voluta reazione a stimoli sociali. Vi è come un doppio linguaggio, nella balbuzie: le varie coloriture dei rapporti sociali creano come un "ping pong" destabilizzante.

 La cura della balbuzie deve determinare il linguaggio come punto di riferimento, quindi di certezza, per il parlante. Perché diventi di nuovo padrone e autore del proprio parlato. Non per magia, ma attraverso percorsi fatti su linguaggio e persona. Il proprio linguaggio e la propria persona: che si relazionano con il terapeuta, ma anche, e fuori dalla stanza terapeutica, con il proprio nuovo modo di pensarsi e di pensare il proprio linguaggio.

 E, al di fuori della terapia della balbuzie, assolutamente utili sono gli esercizi sul proprio linguaggio: la lettura, la conversazione, il monologo, i vocalizzi. I parametri da seguire sono la continuità fonorespiratoria, le pause all'interno del discorso, la dolcezza dei suoni. L'uso del registratore è assolutamente prezioso: il riascolto indica punti deboli e punti forti del proprio linguaggio

 Nel mese di settembre, riprenderanno le sedute, individuali e di gruppo, per la cura della balbuzie.

Il Corso di teatro riprenderà invece nel mese di ottobre.

Nel sito www.curarelabalbuzie.it potete trovare interviste sulla balbuzie fatte a miei ex-pazienti. Vi sarò grato se vorrete esprimere il Vs. giudizio in merito.

Sarò anche lieto di rispondere a Vs. eventuali domande.

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DSA

Attività sui Disturbi Specifici di Apprendimento.

La Prima Diagnosi e la Rieducazione del DSA, ma soprattutto la Rieducazione, necessitano di continui aggiornamenti e ricerche.

 In particolare, le Difficoltà in Matematica sono l'oggetto, in questo momento di tali ricerche. Nello specifico:

quei fattori metacognitivi e affettivi che possono rendere difficile l'utilizzo delle conoscenze, o anche bloccare la decisione di utilizzarle.

 I fattori metacognitivi: si riferiscono alla gestione delle risorse, della conoscenza. Quindi: non quel che so, ma l'uso che faccio di quel che so. Il che avviene:

1.   attraverso la consapevolezza del mio sapere, e relativi processi di pensiero lì attivati.

2.   attraverso il controllo, il dominio che ho e che esercito su questo patrimonio.

 Con un racconto, si spiega meglio cosa vuol dire, e perché è importante lavorare, per il DSA, con questi fattori metacognitivi.

La narrazione di storie, tra l'altro, è anche un modo di far terapia: il raccontar storie vuol dire inseguire metafore che ci rappresentano e che, in qualche modo, raccontano di noi in quel preciso momento in cui narriamo.

Qui è diverso: "racconto" cose teoriche.

Per le quali, rimando, come bibliografia, a Rosetta Zan, una matematica che insegna all'Università di Pisa, la cui lettura (Problemi e convinzioni, Pitagora Editrice Bologna) raccomando a chi vuole saperne di più sulle difficoltà in matematica in tutte le scuole, dalla Primaria ai Licei e anche fino all'Università.

La storia ricorda un po' la famosa tartaruga e Achille piè veloce, ma non vuole dimostrare alcun paradosso, anzi cose molto semplici e lineari.

Giovanni (12 anni) fa la II media. La sua mamma lavora fino a tardi, oggi. Lo chiama al telefono e gli dice di comprare, nel negozietto sotto casa: mele, pesche, insalata, 2 barattoli di pelati, 2 pacchi di spaghettini, 2 etti di parmigiano reggiano, pane e anche un po' di gelato.

      -Hai capito bene tutto?

      -Sì, mamma.

      -Ripeti, cosa devi comprare?

E Giovanni ripete, subito, alla perfezione. A scuola è abbastanza bravo, ma ci sono delle materie un po' ostiche. Il calcolo, le capitali europee, le date, le poesie lo stufano un po'. Dopo la telefonata, torna alle sue cose: ancora qualche compito da terminare, e poi si mette a giocare col computer. Si sa, ormai è così. Ma ha promesso di starci poco. Arriva l'ora di scendere per comprare quanto gli ha chiesto la mamma. Ripassa in rassegna, gli oggetti chiesti. "Ne manca qualcuno", pensa, "meglio telefonare e chiedere alla mamma". Prende foglio e penna e seguendo la mamma, si scrive l'elenco. Fidarsi è bene... Scende, con il foglio in mano. Nel negozio trova Mario, compagno di classe. Chiacchierano, ridono. E comprano. Anche Mario ha diverse cose da comprare. Ma lui si ricorda tutto alla perfezione e non ha nessun foglietto:

      - Sì, burro, uova, pane, formaggio...

E sciorina tutto l'elenco.

      - Ho un'ottima memoria, mi fido. Non ho dimenticato niente.

      - Io preferisco fare la lista, perché invece quasi sempre dimentico qualcosa. Anche i libri da portare a scuola. Vieni su da me, che giochiamo. Ti va, Mario?

      - Va bene, tanto è presto, andiamo.

Giocano, parlano, ridono, arriva la mamma di Giovanni, Mario va a casa, sono ormai passate le otto. La mamma lo aspettava per cucinare, apre il pacco della spesa e mancano gli spaghetti. Niente cena, il negozio è già chiuso e stasera si mangia solo l'uovo. Perché la pasta è finita.

Mario si era ricordato tutto: di sette cose che doveva comprare, sei non mancavano. La settima però l'ha dimenticata. Perché Mario, che sa di avere un'ottima memoria, non ha fatto la lista. Giovanni, invece, che si conosce, e si riconosce, una memoria che ogni tanto non lo aiuta, ha fatto la lista e non ha dimenticato niente.

 

Il problema è molto di più nella gestione delle risorse, che non nelle risorse stesse. Da qui nasce il problem solving: la soluzione dei problemi di geometria non passa dal sapere tanta geometria, ma da come si usano le conoscenze della geometria. E anche dalla capacità di autoconoscenza: cioè quali sono i propri punti deboli e propri punti forti? E' questa conoscenza, e la relativa gestione, a darci la capacità di prendere le decisioni, le quali, a loro volta, dipendono anche dalle convinzioni, che occorre essere capaci, di volta in volta, di cambiare, se e quando è imposto dalla logica del problema che abbiamo davanti. Perché questo spesso è richiesto dai compiti scolastici e perché questo determina nel ragazzo una capacità di orientamento maggiore, una prolificità mentale maggiore. Una non-rigidità, utile anche nel rapporto con sé stessi. Il gioco del master mind, per esempio, è utilissimo, perché impone al giocatore una revisione continua delle convinzioni che va formandosi nei vari passaggi che attua alla ricerca della combinazione dei colori da individuare.

 

I fattori affettivi sono proprio le emozioni, gli atteggiamenti, e anche le convinzioni, che ci accompagnano nello svolgimento e soluzione di un dato problema. E, più in generale, il modo di vivere la matematica, da parte del singolo studente. Anche le convinzioni possono rientrare nei fattori affettivi: spesso una convinzione si determina, rispetto al problem solving, su basi emotive o ansiose, e non su lucide riflessioni. La sequenza emozioni-atteggiamenti-convinzioni indica la diminuzione degli stati ansiosi a tutto favore della sfera cognitiva. Compito dell'insegnante e del rieducatore DSA è far emergere, e prevalere, nello studente atteggiamenti di dominio cognitivo verso la matematica. La logica da seguire per un tale scopo:

- sottoporre frequentemente percorsi di problem solving, non necessariamente legati alla matematica.

- presentare le affinità tra problema reale e problema scolastico.

- risaltare l'importanza del percorso, e non del risultato.

- utilizzare l'errore come occasione di discutere delle convinzioni.

- sollecitare nel ragazzo consapevolezza, autoconoscenza e autogestione, specificamente rispetto alla matematica e al problem solving.

 I fattori metacognitivi e affettivi prevedono, da parte del Rieducatore, interventi non solo tecnici, ma invece legati alle esperienze reali della vita reale dei ragazzi, anche per annullare, o diminuire, la distanza tra problema reale e problema scolastico. Quindi, questo tipo di lavoro, e sotto forma di gioco, può essere fatto anche dentro alla quotidiana vita familiare. Facendo attenzione a non esagerare, sia nel troppo che nel nulla, o troppo poco.

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