Achille e il lettòne

Achille e il lettòne.


Inizio, con quello di Achille, l'esposizione di alcuni casi incontrati durante il mio lavoro di trattamento della balbuzie. Altri ne seguiranno. Achille non è il vero nome del bambino, la storia narrata è reale: l'ho scelta perché, della balbuzie, indica la connessione con le dinamiche familiari. Indica, quindi, il coinvolgimento dei familiari che la cura della balbuzie prevede, soprattutto quando il bambino è molto piccolo. Senza di che, non si può procedere nel percorso terapeutico.
Achille ha quasi quattro anni.
La madre mi telefona per raccontarmi della balbuzie del figlio: "è insorta da qualche mese, la forma è forte, a volte accompagnata anche da evidenti sforzi fisici del volto nel momento dell’eloquio; succede anche che Achille sostituisca il linguaggio verbale con un gesto della mano (per esempio, per indicare l’acqua che vuol bere)".
Faccio un incontro con i genitori, senza il bambino: alcuni particolari del racconto della madre (quello relativo alla richiesta dell’acqua, ma anche diversi momenti scolastici, in cui Achille si relaziona con i compagni più col corpo che con la parola, pur se, secondo le maestre, si imporrebbe l’uso del linguaggio) non possono non far pensare a una consapevolezza, nel bambino, della propria difficoltà di linguaggio. In primissima battuta, però, l’età del bambino impone di incontrare solo i genitori. I quali mi raccontano, tra le altre cose, che il bambino dorme da sempre nel lettone con la madre, mentre il padre viene "cacciato" nel letto del bambino, nella di lui cameretta. Spiego che non va bene, mi danno ragione, ma non c’è niente da fare: “Achille non vuol saperne di stare nel suo letto, una volta abbiamo provato, e nel cuore della notte si è piazzato nel lettone, piangendo, e il papà è andato nella cameretta. Bisogna pur dormire e così abbiamo fatto”.
A parte il giusto sonno nel cuore della notte, tutto nasce e si alimenta per un eccesso d’amore! Amore male inteso, ma amore: non rispetta le regole, ignora l’importanza dei ruoli, crea ostacoli all’individuazione di sé da parte del bambino: perché cerca, e ottiene, un ritorno alla madre, laddove la direzione naturale del percorso di crescita è il proprio progetto verso il mondo. La soddisfazione di questo desiderio, che è desiderio arcaico, quindi di non accoglimento delle regole sociali, contiene una visione conflittuata del rapporto del bambino con il padre, una dipendenza dalla figura materna, una non-percezione della propria individualità: mentre il definitivo formarsi del linguaggio di Achille ne ha sancito, invece, e irrevocabilmente, la presenza sulla faccia della terra come persona singola e individuale. Il linguaggio di Achille testimonia del non più possibile “ritorno” alla madre. E sulle fantasie non espresse di Achille, anche noi possiamo solo fantasticare, perché non ce le comunica, e al massimo possiamo solo interpretarle dai suoi disegni. Ma rimangono mère interpretazioni, anche condizionate da una nostra visione della situazione.
Ma, certamente, la balbuzie di Achille non è solo un disturbo del linguaggio: lo è della comunicazione, della relazione. È la rappresentazione di un conflitto, e anche di un paradosso: perché l’eccesso d’amore determina il disagio, sì della balbuzie, ma anche della frustrazione di un desiderio di fondo, che è l’innato desiderio di crescere. E lo definisco un paradosso, perché l’amore genitoriale deve puntare sulla capacità di autonomia dei figli. Per altro, in questa particolare dinamica familiare il padre sembra non aver molto potere per modificare il modificabile (che, poi, è il "modificando"): questo crea, di fatto, qualche problema in più. Perché il rischio è la auto-de-responsabilizzazione del padre, che si dissocia da una situazione non condivisa, creando così una comunicazione carente, se non assente, nella dinamica familiare. Periodicamente, figlio e padre si recano per alcuni giorni in un’altra città, a casa della nonna materna: lì tutto è tranquillo e sereno “perché la mamma non c’è”, quindi non si pone il problema del lettone notturno. Il che mostra anche la relativa facilità e disponibilità di Achille ad accettare le regole, visto che non solo non protesta per l’assenza della madre (sentendosi evidentemente protetto dalla presenza del padre), ma sembra andare molto volentieri dalla nonna insieme al padre.
Successivamente, ho visto Achille nel mio Studio una volta, con la madre sempre presente nella stanza terapeutica. Perché il bambino non voleva che la madre stesse nella sala d’attesa, non voleva che si allontanasse. E giustamente! Solo che, a queste condizioni, non era possibile progettare un percorso terapeutico-rieducativo direttamente su Achille, basato su un "patto", un accordo col bambino: “sì, la mamma sta con noi, poi esce, noi continuiamo i nostri giochi e disegni, e tra poco la mamma torna”. Questo non si è reso possibile: ma lo sarà se, a casa, si cambiano le regole. Quindi: sono stati fatti alcuni incontri con i genitori, per fornire un supporto a madre e padre in tale direzione. Ma i genitori non condividevano questa scelta: “quello del lettone è solo un particolare, non è influente, e –aggiungono- la balbuzie è di Achille e non è nostra”.
Quindi non mi è possibile raccontare lo sviluppo di questo caso, perché non è mai cominciato. L’inizio sarebbe consistito nel creare, a casa, le possibilità e le capacità al cambiamento: semplicemente dicendo -o avendo l'intenzione di dire- “ognuno sta nel proprio letto”: magari non oggi stesso, ma -facciamo- dopo domani; questo avrebbe sovvertito, ma nemmeno troppo, l’ordine delle cose. Niente di tutto questo è stato accolto dai genitori: “tutto funziona come deve, e la balbuzie di Achille viene da un’altra parte”. Insomma, mancava il presupposto per iniziare un lavoro sul linguaggio del piccolo Achille.
Questa balbuzie, quindi, crea ansia, preoccupazione e anche mobilitazione nei genitori, ma non viene còlta come la necessità manifesta e manifestata (proprio dalla presenza della balbuzie) di operare per un cambiamento, più ampio: della dinamica familiare, in stretta connessione col linguaggio di Achille. Invece: "tutto funziona bene": il bambino nel lettone e la sua balbuzie non sono elementi sufficienti a spingere i genitori al cambiamento. Il quale cambiamento, visto da fuori non si presenta nemmeno tanto faticoso (ma, io credo, nemmeno visto da dentro), e, anzi, è solo possibile portatore di benessere sia per il linguaggio di Achille, che per la vita intima e privata e affettiva dei genitori. Ed era solo il primo passo. Che avrebbe poi reso non solo più facile, ma addirittura possibile, un lavoro anche tecnico sul linguaggio di Achille (di quasi quattro anni, va sottolineato).
E il realizzarsi di questa possibilità era già un successo terapeutico: perché significava, per Achille, riconquistare il percorso verso la propria individualità, e una molto ridotta dipendenza dalla madre.

Parole chiave:

lettòne: il luogo dei genitori, dove il bambino va "in trasferta", per giocare e aver coccole.
ruolo: avere un ruolo significa assumere nella propria persona modi di essere utili e funzionali alla capacità di gestire i compiti richiesti.
amore: quello genitoriale ha, come mèta, il riuscire a fornire ai figli gli strumenti dell'autonomia.
ritorno alla madre: subito dopo la nascita, l'impatto della separazione del figlio dal corpo della madre viene "attutito" da un "nuovo" ritorno alla madre, attraverso l'allattamento e le cure della madre. Da qui parte un percorso verso il secondo distacco del bambino dalla mamma, fatto della scoperta della propria individualità. Il linguaggio non solo organizza la sua vita sociale, ma stabilizza e struttura anche il suo pensiero.
cambiamento: mèta di ogni percorso psicologico, nella balbuzie dei bambini non è riferito solo al linguaggio, ma a nuovi modi di pensare e di essere nella dinamica interpersonale della famiglia, da parte di tutti i suoi componenti.

 
 

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