Il linguaggio di Giovanni


Il linguaggio di Giovanni è veloce, disarmonico; la respirazione non è coerente, non è congrua alla fonazione: non ne segue la tempistica; i suoni linguistici sono duri: vengono pronunciati con un carico eccessivo di energia.

Giovanni non ha alcuna compromissione nell'apparato fonatorio, respiratorio, neurologico.
Semplicemente, si è stabilizzato, in lui, un modo, un costume linguistico sbagliato. È avvenuto per motivi psicologici, generalmente riguardanti la sua ansia, il suo mondo emozionale e conflittuale.

Ma la comunicazione fluida e naturale rimane, di fatto, una capacità propria di Giovanni: a volte solo potenziale, altre, invece, realmente presente. Il terapeuta spiega a Giovanni le regole della fisiologia del linguaggio, e le rapporta al suo reale modo di parlare.

Evidenzia, concretamente, gli errori linguistici che si determinano a causa della balbuzie:
  • velocità troppo forte,
  • suoni consonantici molto duri,
  • vocali gutturali,
  • scarsa articolazione buccale dei suoni,
  • continue interruzioni respiratorie e fonetiche all'interno della frase,
  • pause inspiratorie troppo brevi, quindi inspirazione spesso insufficiente per la ripresa della frase,
  • inizio frase caratterizzato da trattenimento del fiato,
  • rapporto fonazione-respirazione non sincronizzato,
  • i tempi pensiero pensato/pensiero parlato non sono tra loro distinti,

La fretta di arrivare in fondo alla comunicazione - frase o pensiero - rende il linguaggio una grande avventura piena di imprevisti, un po' in stile Indiana Jones ma meno divertrenti, anziché un grande piacere, un naturale percorso, un lento fluire.



Giovanni "visita" il proprio linguaggio


Giovanni vive queste spiegazioni nella loro concretezza: riascolta la propria voce, il proprio parlato, la propria lettura, grazie agli strumenti di registrazione. Sta compiendo una visita guidata al proprio linguaggio: lo sente, lo vede, impara a conoscerlo. E conoscere, sapere, il proprio linguaggio è già un cambiamento per Giovanni.

Nella mia esperienza di terapeuta, raramente mi è capitato di incontrare dei "Giovanni" che avessero preso l'iniziativa di andare oltre la fatidica frase "ma perché balbetto? Cos'è questa benedetta balbuzie?" e volerne sapere di più, cercando di capire dal proprio parlato, da proprie registrazioni, questo fenomeno.

Conoscerlo, invece, significa uscire dalle oscure stanze di quell'ignoto che avvolge la balbuzie agli occhi di Giovanni, e disvelare a sé stessi le proprie dinamiche linguistiche. Conoscenza tecnica della balbuzie significa concreto e immediato intervento diretto sul linguaggio. Giovanni viene guidato dal terapeuta verso un linguaggio consapevole.

Adesso ne conosce le regole, e inizia a fare ordine nel suo modo di parlare. Scopre, dalle registrazioni, che riesce a parlare bene, che non balbetta.
La differenza tra l'antico e il nuovo linguaggio è immediatamente visibile: è lì, sui nastri magnetici, o sui file di registrazione, ed è motivata, non è casuale. E’ cercato, voluto e realizzato, questo nuovo linguaggio.
Lo si deve ad un intervento consapevole che Giovanni ha fatto sul proprio linguaggio. Siamo alla prima, o seconda seduta. Giovanni ha iniziato un lavoro sul proprio linguaggio, molto specifico e individualizzato, sul proprio specifico linguaggio e non sulla balbuzie genericamente intesa. In fondo, sta facendo un lavoro non dissimile dall'attore. Perché non si lavora sulla balbuzie, ma sul linguaggio e sulla sua Persona, si attua una "ricerca" concreta sul linguaggio.

La consegna non è eliminare la balbuzie, togliere qualcosa dalle labbra di Giovanni, ma creare, costruire un linguaggio, creare la disponibilità a parlare, liberare. Creare, sulla sua bocca e nel suo animo, il suo linguaggio e la relativa consapevolezza: e non togliere dalla sua bocca la balbuzie.



La Stanza Terapeutica


Nel chiuso della stanza terapeutica, Giovanni e il suo terapeuta lavorano senza ansia e i risultati sono immediati. Visibili e concreti. E Giovanni se ne accorge subito.
Ma entrambi sanno che quei risultati, oltre che stabilizzati, vanno esportati, trasportati fuori da quella stanza. E se lo dicono subito: quello è il vero lavoro da fare, il vero progetto.
E la prima cosa è eliminare l'ansia che può accompagnarlo. Sapere che ci si lavora sopra, sorretti dalla acquisita e accertata capacità di Giovanni a parlare bene. E sorretti dalla capacità di Giovanni di "mobilitare il suo senso di responsabilità personale e il suo impegno all'azione". Perché dei cambiamenti si producano, Giovanni deve avere la forza di volontà e la spinta interiore necessarie a produrli, per riprendere la precedente citazione di Fromm. Deve avere la intenzionalità. Senza la quale, poche cose si riescono a fare: non solo la liberazione dalla balbuzie.



La terapia prosegue: nella quotidianità di Giovanni


A questo punto, i termini della questione sono chiarissimi. È dimostrata ed accertata la capacità di Giovanni ad un eloquio fluido e consapevole, a un linguaggio dominato, frutto di un'energia pilotata, e non più caoticamente spesa.
Il problema vero, la consegna, è che questa modalità della comunicazione di Giovanni si attui nella sua quotidianità reale. In quella parte della sua vita che avrà luogo tra una seduta e l’altra.
Si tratta, quindi, di interiorizzare questo percorso tecnico (e mai tecnicistico) e terapeutico, farlo proprio. Sapendo, anche, che il buon linguaggio non è il fine, ma il mezzo, il mezzo per la sua libera comunicazione.

 
 

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