Il nostro lavoro sulla balbuzie

Il nostro lavoro sulla balbuzie


Abbiamo presentato il nostro lavoro sulla balbuzie. Evitando i trionfalismi terapeutici. Perché ogni caso ha la sua storia. Nella cura della balbuzie, il protocollo ha un ridotto valore indicativo, che non può essere esaustivo, né generalizzato. Perché ogni persona è un mondo singolo e individuale. Non vogliamo presentare il nostro “Giovanni“come una garanzia di successo terapeutico, ma come esempio di ricerca, di terapia che induca il nostro paziente a fare ricerca su se stesso. “Giovanni” azzera il nostro sapere, che durante le sedute con lui si ricostruisce.

“Giovanni” ci porta all'ascolto della persona. "È importante lavorare tenendo conto del fatto che il miglior collega che si potrà mai avere - oltre a se stessi - non è un analista o un supervisore o un genitore, ma il paziente; è l'unica persona che puoi essere certo che ha la coscienza vitale” (L. Nissim Momigliano, "Due persone che parlano in una stanza", 1992, in "L'esperienza condivisa", Cortina 1992).

E, quindi, ci sforziamo di "vedere con gli occhi del paziente", cioè, sempre citando la Nissim Momigliano, dobbiamo "cambiare il vertice dell'osservazione quando non si riesce a vedere molto dal luogo nel quale si sta osservando il paziente": "Il lavoro viene svolto grazie a una specie di movimento di va-e-vieni fra un Io che sperimenta insieme al paziente quello che questi sta provando, e un Io critico-osservante, che registra, elabora e interpreta tali vissuti".

Riferito alla balbuzie di Giovanni, questo significa:
  1. comprensione delle modalità (balbuzie) della sua comunicazione (nel duplice significato di forma e contenuto, sempre tra loro intrecciati), che insieme a lui viene sperimentata;
  2. elaborazione di quella comunicazione, cioè trasformazione della balbuzie (anche interiore) in linguaggio fluente, dominato e sereno (anche interiormente).
 
 

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