Sedute individuali e di gruppo

Sedute individuali e di gruppo


Riporto la trascrizione del testo di un intervento, esattamente quale risulta dalla registrazione in video-cassetta della seduta medesima:

FERDINANDO: Volevo fare una premessa, prima, sul rapporto tra contenuto e parlato. Quando sono intervenuto prima, ho sentito un'ansia su possibili difficoltà di linguaggio, che, poi, magari, ho controllato. Ma non so se… forse era il contenuto che io non conosco tanto. Però sono contento di averlo detto, perché ho cercato di tirar fuori quelle poche conoscenze che ho e di dare un contributo su un tema sul quale non so quasi nulla.

Adesso, io associavo il problema del contenuto. È vero che quando c'è… ecco, uno dei principali sforzi che ho fatto da quando ho cominciato a venire qui, è stato di smitizzare una serie di contenuti che mi creavano ansia. E quindi di riuscire a trattarli, di riuscire a parlarne senza voler comunicare subito e tutto, l'assoluto (o l'Assoluto?, n.d.r.). Perché, per esempio, se io parlo di anima (uno dei temi precedenti emersi durante la stessa seduta, n.d.r.) - e adesso può già essere significativo il fatto che sto filosofeggiando su come parlo dell'anima senza parlare di anima direttamente - ma, comunque, diciamo che se io parlo di un contenuto che può… darmi un coinvolgimento emotivo. La prima tendenza che ho è quella di voler comunicare dei contenuti assoluti… una cosa… e come tali non comunicabili: perché non razionalizzabili. Non voglio comunicare dei sentimenti, delle sensazioni, che, comunque, sono comunicabili solo… Sì, forse sono comunicabili attraverso anche mezzi diversi dal linguaggio, ma in determinati contesti. Presuppone, non so, un contatto fisico, un… no?! Ci devono essere certe situazioni. Ma uno non può pretendere di comunicare all'altro, così, immediatamente dei valori e delle sensazioni e delle…

Ecco, questo discorso, adesso lo concretizzo: perché io pensavo ad un episodio di cui hanno parlato anche i giornali. Di Celentano che ha trasmesso quel filmato del Guatemala, in cui si vede l'esecuzione di una condanna a morte. Ora… ecco, io, come ho letto ho letto questa cosa sono inorridito. Sentimento confuso. Ancora totalmente incomunicabile, perché sentimento confuso. Io ho avuto l'immediata percezione: "Questo è totalmente sbagliato". Mi ha colpito enormemente. Tu lo sai, - ne abbiam parlato tanto - quanto la pena di morte sia un argomento che mi tocca corde estremamente profonde. Mi son detto: questo è un atto assolutamente sbagliato. Ma non mi sono trovato in una situazione di afasia concettuale. Cioè, non riuscivo a razionalizzare in termini semplici, perché, a quel punto, mi rendevo conto che tutte le spiegazioni razionali, che tutte le parole che io potevo esprimere, erano comunque inadeguate ad esprimere l'orrore che io provavo per questa cosa. Allora, questo, io lo dico per… come dire… in qualche modo, per sottolineare che, in questo caso, è evidente che se io avessi affrontato, in quel momento, la spiegazione del perché questa cosa non andava fatta, sicuramente avrei balbettato. Ma la balbuzie diventava un mezzo per esprimere un corto circuito concettuale. La volontà di esprimere tutto, questo… ecco… tutta questa carica sentimentale ed emotiva, che, appunto questo tema mi risveglia, non avendo i mezzi per farlo, non avendo la necessaria chiarezza, la necessaria serenità per affrontare un tema di questo tipo, la balbuzie diventa un modo per dire: "Io vorrei dirlo, ma non posso". In realtà, non sai come dirlo, non come convincere il tuo interlocutore. Allora, il lavoro da fare su me stesso è un lavoro, intanto, di distacco emotivo. Per cui dico: "Be’! Se intanto voglio parlare con un interlocutore, voglio spiegargli perché, secondo me, Celentano non doveva trasmettere questo filmato, innanzitutto il primo passaggio è quello di un distacco". Cioè, io non posso parlarne con questa carica di tensione addosso. Devo, innanzitutto, guardare razionalmente la cosa, devo provare a mettere insieme due o tre argomenti che possano essere convincenti, che possano… Facendo questa operazione, probabilmente, nel momento in cui tenterei di tradurre in parole questa cosa, probabilmente la cosa si ridimensiona anche. Non è una questione di vita o di morte, per me, convincere l'interlocutore, in quel momento, dell'inopportunità di trasmettere il filmato, e quindi, diciamo, è un lavoro di ridimensionamento dell'impatto emotivo del contenuto. Questo è solo un esempio per dire… ecco… quanto io abbia dovuto e debba lavorarci su queste cose. Non avrei mai potuto parlarne. Adesso io dovrò parlare, in queste lezioni, di (…) un argomento che sto studiando da anni: be’! sarebbe stato impensabile fino a qualche anno fa. Perché avrei voluto esprimere tutto quello che avevo studiato, in due lezioni.

Ecco, è un po' questo la cosa che volevo dire.

A questo punto, interviene Agostino:
L'onnipotenza del linguaggio!

E, ancora, Ferdinando:

Esattamente. Ma avevo capito l'impotenza. Perché la linea di confine tra l'onnipotenza è molto labile, in realtà. Perché, quando uno si sente onnipotente, vuole esprimere questa onnipotenza, fatalmente va incontro a dei limiti, non solo fisiologici, in questo caso, relativamente alla pronuncia, ma proprio limiti concettuali. Uno non può esprimere l'assoluto. Deve relativizzarlo, deve lavorarci. Quindi, a quel punto, le cose diventano comunicabili. Questo è un…

Ma, adesso il collegamento con l'impotenza, anche da un punto di vista sessuale: adesso faccio quest'ultimo collegamento, se no…

È evidente, voglio dire… anche lì è l'idea dell'assoluto che opera, no? è l'idea… che può essere la prestazione eccezionale, che può essere l'attesa che una persona…, cioè, l'attesa che tu attribuisci ad una persona nei confronti del tuo "rendimento" sessuale, come dire, o qualche cosa di questo tipo, che può avere un effetto di corto circuito, un effetto bloccante della situazione… per cui, tu, a quel punto, devi esprimere chissà cosa, e non esprimi proprio proprio più niente. Non è un meccanismo molto diverso dal meccanismo della balbuzie. Proprio in relazione a questo problema del contenuto con una carica emotiva: in realtà non ancora strutturato, non ancora reso comunicabile.

E mi fermo.

Dopo altri interventi, ed in prossimità della fine della seduta, Ferdinando riprende la parola:

Posso aggiungere una cosa? Rapidissima. In relazione a come mi sono sentito prima, dicendo quese cose. Ecco: prima ho avuto, per esempio, la sensazione che ci fosse un contenuto emotivo abbastanza tumultuoso, dietro quello che stavo dicendo. Però, sono soddisfatto di me stesso, perché sono riuscito a tenere in pugno la situazione, a far uscire il discorso, appunto, per riprendere l'esempio, con un filo e non con l'intero gomitolo. (Precedentemente, Agostino aveva simboleggiato nel filo che dipana la matassa, l'operazione del linguaggio che svolge ed enuncia un pensiero, simboleggiato, quest'ultimo, nell’"intero gomitolo"; n.d.r).

Ho finito di parlare, e sentivo che quasi tremavo, no?! Ciò nonostante, il linguaggio è andato bene, direi, no?! quindi, questo vuol dire che, in definitiva, non è che il nostro obiettivo, poi, è quello di eliminare totalmente l'ansia. L'ansia, magari, c'è di fronte alle situazioni: non è che uno deve affrontare delle situazioni, anche impegnative, una lezione, o qualcosa del genere, stando rilassato come quando va a letto la sera. È naturale che ci sia l'ansia, affrontando determinate cose. Per cui, bisogna fare i conti con l'ansia, bisogna accettarla come una parte… anzi, uno può trasformarla in una energia positiva.

Ecco: quello che conta, però, è che forse ci sono degli strumenti per dominarla e uno di questi strumenti e, proprio, il cercare di mettere ordine… anche nel pensiero. Perché, poi, non è necessariamente vero che il pensiero corre più veloce della parola. Se corre, bisogna tenerlo a freno. Perché a quel punto, corre ma in maniera velleitaria. Perché, poi, la parola non può stargli dietro non fisiologicamente, ma nemmeno concettualmente. Uno non riesce ad esprimere tutte le sensazioni, tutti i passaggi mentali veloci che può fare. Allora, forse li tiene a freno e cerca di pensare che il pensiero, da solo, non vale un fico secco, se non riesce a tradursi. Tutto questo, io l'ho vissuto. Non è che uno che si fa il lavaggio del cervello, è che uno, alla fine si convince, perché le mette in pratica, queste cose. Se no, diventano discorsi astratti, restano discorsi astratti. Cioè, se me li avessi fatti tu (diretto al terapeuta, n.d.r.), ma non li avessi sperimentati, non avrebbero peso.

Interviene Carlo:

Sentendo parlare lui, mi convingo ancora di più che Le ho già esternato qualche volta. Che, in effetti, se conoscessi qualcuno che avesse un problema di linguaggio, un giovane, lo manderei subito a parlarne con qualcun altro. Perché questo è l'unico modo per poter sviluppare una capacità di analisi del proprio linguaggio, del proprio parlato, della propria esperienza, della propria personalità, come ha fatto lui adesso. Altrimenti, diventa, come purtroppo ho fatto io per tantissimi anni, un arrovellarsi, dentro se stesso, sempre delle stesse cose del problema, ma senza poterne vedere tutti gli aspetti che ci sono, a monte, a valle, a destra e a sinistra.

Soprattutto, come Lei ha fatto, senza mai parlarne con nessuno.

Sì, perché per me è sempre stata una grossa scocciatura e quindi non ne ho mai parlato con nessuno. Nemmeno con mia moglie. La parola balbuzie, con lei, non l'ho mai pronunciata. Se fosse stato sviscerato prima, non sarebbe diventato così.

Gli altri vogliono aggiungere qualcosa?

Allora, ci fermiamo qua.

 
 

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