Disturbo specifico dell'apprendimento

Lo Studio De Pas, di Psicologia e Psicoterapia, è stato accreditato, con DELIBERA ASL n. 1045 del 24/9/2013, come Soggetto Autorizzato alla Prima Diagnosi Certificata del D.S.A.

DIS: prefisso che si trova, con significato peggiorativo, in molti termini, soprattutto del linguaggio medico, derivati dal greco o formati modernamente, nei quali indica alterazione, malformazione, difettoso funzionamento, anomalia e sim.

EU: primo elemento di parole composte derivate dal greco o formate modernamente, anche nella terminologia scientifica latina, che significa “bene, buono”.

Così ci dice il Vocabolario Treccani della Lingua Italiana.

Quindi,
dislessia, alla lettera, significa “cattiva lettura”, dislalia cattiva articolazione disfemia cattivo parlare, disfluenza cattiva fluenza (fonico-respiratoria), altri termini per indicare la balbuzie.

E così via dicendo: disgrafia, disortografia, discalculia…
Il termine dislessia, in realtà, viene comunemente usato per indicare non solo la difficoltà nella lettura, ma anche altre difficoltà, spesso a questa associate: nella scrittura (disgrafia), nella scrittura in rapporto alle regole grammaticali (disortografia), nel calcolo matematico operativo (discalculìa).
Questa possibile confusione terminologica ha determinato l’esigenza di una maggior chiarezza: oggi, si parla di Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA). Nel quale si possono riscontrare una, o più di una  - quindi associate -  difficoltà indicate (nella lettura, scrittura, calcolo).

Mi soffermo sulle terminologie per tre motivi:
  1. L’aggettivo specifico è importantissimo: indica che quella difficoltà di apprendimento pur se significativa, investe esclusivamente quell’area funzionale-abilitativa, lasciando intatte tutte le altre capacità intellettive e funzionali. Il che comporta l’importantissimo criterio di DISCREPANZA, che deve informare di sé e la diagnosi e il trattamento: discrepanza tra abilità nel dominio specifico interessato (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata) e l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica): v. Consensus Conference promossa da Associazione Italiana Dislessia, 2007.
  2. Il che comporta - e deve comportare - una visione nuova, che ogni operatore deve avere del DSA: non si tratta di eliminare quel dis per creare un eu, ma si deve ospitare, accogliere, quella lessìa, quella grafia, quella calculìa, di quello specifico bambino, che presenta quello specifico disturbo. E Il bambino deve essere accompagnato, con grande rispetto, alla conquista delle proprie specifiche capacità-abilità. Il modello di riferimento, la mèta rieducativa, sarà certamente la capacità adeguata all’età e alla classe frequentata, proprio in quella funzione, specifica appunto, in cui il bambino risulta bisognoso, ma:
  3. in grande considerazione va tenuto il rispetto della Personalità del bambino. Perché non può e non deve essere secondario, nel lavoro del rieducatore, il problema seguente: generalmente molto forte è, nel bambino che presenta questo benedetto DSA, una ricaduta in negativo dell’autostima. Si genera quindi, e spesso anche molto forte, un’ansia da prestazione, un timore rispetto ai propri prodotti scolastici, una tendenza a confrontarsi con gli elaborati dei propri compagni, che, alcune volte, porta anche al rifiuto, interiore o realmente agito, verso le attività scolastiche.
Tutto questo significa: - La rieducazione del DSA presenta, di fatto, percorsi molto tecnici:
  • lettura di parole e non-parole, frasi, libri;
  • piena acquisizione e interiorizzazione delle categorie spazio-tempo;
  • apprendimento delle categorie grammaticali: una delle difficoltà maggiori consiste nella capacità classificatoria, con la quale si organizza il sapere;
  • organizzazione del calcolo matematico, proprio nel senso operativo, quindi organizzativo: il calcolo in colonna, le tabelline;
  • le figure geometriche: differenze tra le varie figure, e percezione delle singole parti di ogni figura (base, altezza, mediana, raggio…)
  • la percezione, anche sensoriale, dei suoni delle lingue (gli accenti), la capacità di fare distinzione tra i diversi valori semantici, rappresentati dai diversi segni grafici (ha, a; ho, o, ecc.);
  • la capacità di fare ordine all’interno dei propri “impaginati”, anche attraverso il disegno, oltre che la scrittura;
  • le attività motorie e il rapporto con il proprio corpo,
  • e, ancora, molto altro, a seconda del singolo bambino con cui si sta lavorando.

Tutto questo, e sono dati tecnici, non deve mai cadere nel tecnicismo.

E’ un lavoro sulla Persona, quello che facciamo, quando ci occupiamo del DSA.
Lo Psicologo che abbia davanti questo tipo di bambino deve, mentre lavora con lui nella sua stanza terapeutica, privilegiarne la personalità e non le sue abilità scolastiche. Il bambino sa, e deve sapere, che si trova lì, per lavorare sul proprio DSA, che gli è stato spiegato, raccontato, e sul quale sempre riceverà risposte certe ed adeguate. Sa che è lì proprio per quegli esercizi tecnici, che gli vengono proposti.

Ma deve sapere anche, sentire soprattutto, che sarà accolto nei propri eventuali rifiuti, proteste, nelle proprie elaborazioni personali in termini di rapporto con se stesso e le proprie abilità. Questo bambino deve sentire che, lavorando, le sue capacità di apprendimento e di produzione scolastica migliorano. Lo Psicologo deve sapere che a questo traguardo si può giungere perché lui privilegia, nella sua soggettività di rieducatore del DSA, lo stato d’animo del bambino, la sua autostima. Questo significa non cadere nel tecnicismo: un continuo passaggio dal sapere all’essere del bambino.

Non solo, ma si tratta anche di puntare, come rieducatori del DSA, sulla creatività del bambino, addirittura usando, per esempio, gli eventuali errori commessi nella lettura, se e quando vengono commessi: se ci è  permesso dal bambino, si scriveranno le parole “sbagliate”, proprio nella forma sbagliata con cui sono state lette, accanto alla loro forma corretta, e si userà quell’elenco per inventare storie o testi di teatro per burattini, come se si fosse creato un ipertesto, che ci consente di andare dove vogliamo, raccontare quel che, in quel momento, ci capita di inventare.

Parleremo ancora del DSA, privilegiandone l’angolazione della matematica, del calcolo.

Qui, ora, mi piace terminare con un omaggio a Roland Barthes, che di lingua, linguaggi e comunicazione  se  ne intendeva. Sì, perché in tempi non sospetti, nel 1970, quando il computer non esisteva, o veniva usato solo da specialisti e ricercatori delle Università, coniò il termine “lessìa” per indicare, appunto, quella pagina o  frammento testuale, o unità di lettura all'interno di un testo. Per Barthes, le lessìe sono il risultato di una scomposizione e/o di un ritaglio nella lettura di un testo, e possono essere singole parole o frasi. Questo termine venne poi introdotto in informatica nel 1992 da George P. Landow, in relazione agli ipertesti, pur se in un senso parzialmente diverso da quello introdotto da Barthes.

Queste lessìe possono esserci fornite dal bambino, mentre legge, usate come ipertesto per ulteriori testi che il bambino creerà, scritti e orali. Scoprirà, allora, il valore della lessìa, senza prefissi dis o eu. Perché, a partire dai suoi errori di lettura, avrà avuto modo di esprimere la propria creatività, lavorando sul proprio potenziale espressivo. Non prima, però, di aver saputo che quelli erano propri errori di lettura.
Mi sono soffermato su questo esempio di lavoro, per rendere più concreto il come si può organizzare un lavoro di rieducazione del DSA in contemporanea con il lavoro sulla personalità del bambino. Perché, poi, quel primo prodotto nato dall’ipertesto, sarà destinato ad allargarsi in altri racconti, disegni, giochi. All’infinito.
Un po’ come il Frutteto, in ebraico il Pardès, che raccoglie:

  • il “semplice” (il testo), Peshàt,
  • quindi l’”allusivo” (l’elaborazione di quel testo), Remez,
  • quindi l’”esplicativo” (spiegazione di quella elaborazione), Drash,
  • infine il “segreto” (il nuovo testo così scoperto), Sod.
E così via all’infinito.
Il Pardès, il frutteto, diventa così l’acrostico (Pa-R-Dè-S) di un percorso, che può benissimo simboleggiare anche il lavoro del rieducatore del DSA.

Ma, soprattutto, il Frutteto rappresenta tutta la ricchezza di questo bambino di cui stiamo parlando.

Dott. Roberto de Pas


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