“Il discorso del Re”: questo film non è da dimenticare

"Il discorso del Re": questo film non è da dimenticare



Importante la chiave di lettura, che viene data, della balbuzie: il logoterapeuta si rivolge al Re, dopo il famoso discorso: “C’è ancora qualche inciampo, ma il linguaggio scorre”. Come dire: “Tutto si muove, i risultati ci sono, non fermiamoci, la qualità del linguaggio dipende dal tuo lavoro”. Il lavoro da fare sul linguaggio deve essere costante. Io uso spesso il termine “militante”, per indicare quell’instancabile passione che il parlante deve avere per strappare il proprio linguaggio alla “ragnatela” della balbuzie. Ragnatela, perché invadente e fastidiosa, opprimente e imprigionante, ma nello stesso tempo eliminabile con un semplice soffio (ed è proprio il caso di soffiare, di espirare nella fonazione). Certo, per lo più ci vuole qualcosa di più che un semplice soffio, per uscire dalla metafora.

Occorre la costanza e la attiva militanza nel lavoro di ricostruzione del proprio linguaggio. Perché è vera ricostruzione di un materiale, di per sé sano, ma che necessita di una disciplina e di un “coraggio”, che contrastino l’una le antiche abitudini fonetiche sbagliate, e l’altro la tendenza alla fuga dall’uso della parola, la tendenza a un suo impoverimento, soprattutto quantitativo. Militanza, costanza, disciplina e coraggio diventano parole - e caratteristiche dell’individuo - semplici da trovare, quando sono sorrette dalla reale motivazione a uscire dalla balbuzie. Se il Re non avesse dovuto fare il discorso alla radio, volentieri si sarebbe sottratto all’impegno, che invece si assume, verso il proprio linguaggio.

Ma ognuno di noi, e forse ogni giorno, ha voglia o deve fare “un discorso alla radio”, “un discorso alla nazione”. Oltre la Manica, Hitler parlava e straparlava. Di guerre e di odio. Il Re sente, allora, la necessità di trovare in sé la forza della parola. Estende al mondo intero, offre alla propria Nazione, quella forza d’amore che, nel privato, gli consentiva di parlare bene, o con minime incertezze, quando le figlie gli chiedevano di raccontar loro una storia. L’amore per le figlie, la necessità storica di svolgere il proprio ruolo di Capo dello Stato, lo mettono in una costruttiva posizione dialettica verso il proprio linguaggio. Il logoterapeuta gli fornisce i giusti strumenti -respiratori e fonetici- e la realtà esterna, privata e pubblica, gli impone la necessità obiettiva di agire. Qui trova la capacità di attuare le potenzialità del proprio linguaggio. Perché la balbuzie, mai distrugge la potenziale capacità di parlare bene. Come ogni balbuziente sa dalla propria esperienza, perché mille sono le situazioni quotidiane nelle quali il suo linguaggio è fluido ed efficiente, per niente titubante. E l’amore, nel film del Re, la fa da padrona: la componente amore è lo slancio e la motivazione ad uscire dalle proprie difficoltà, è il “luogo” di accoglimento del problema (la moglie del Re, splendido esempio d’amore), e, quindi, luogo di dissolvimento della balbuzie (le fiabe narrate alle figlie). La storia del Re è vera. Come vera era la balbuzie di Churchill, anch’egli presente nel film. Come vera era la faccia spaventata del Re, in preda al panico di fronte al proprio linguaggio, e alla necessità di usarlo. L’amore è, in verità, quell’amore e rispetto verso i propri doveri di comunicatori, verso i propri diritti di parlanti. Quell’amore si traduce in motivazione, forza, desiderio di trasformare l’energia della balbuzie in energia dell’eloquio e della libertà dell’eloquio.

Io, come terapeuta del linguaggio, come psicologo della comunicazione, ho avuto il privilegio di vedere affermati, in questo film, i valori del mio lavoro quotidiano e, anche, - perché no? - della mia persona, che con la balbuzie ha dovuto personalmente fare i conti. Non un’identificazione, quindi, ma proprio un esplicito riconoscimento al quotidiano lavoro di rieducazione della balbuzie. Per questo, abbiamo deciso di chiamare il nostro corso di teatro, il dis-Corso del Re. Quel “dis” è prefisso che indica qualcosa che non va. Abbiamo giocato con le parole - ci piace giocare con le parole, è il nostro lavoro - per dire che con il corso il “dis” scompare e diventa un vero “discorso”.

Roberto De Pas
 
 

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