Il doppiaggio nella cura della balbuzie

Il doppiaggio nella cura della balbuzie


Dalla lettura dei testi sulla balbuzie, da me proposti in questo sito come in altre sedi, risulta chiara la mia posizione non trionfalistico-miracolistica rispetto alla terapia di questo disturbo del linguaggio e della personalità. Io parlo della balbuzie, con l’intenzione di offrire contributi tratti dalla mia esperienza, desiderando anche ricevere gli altrui. Compresi quelli dei pazienti. Considero il mio lavoro di terapeuta della balbuzie una ricerca ininterrotta sul campo. Ritengo che la balbuzie sia disturbo assolutamente eliminabile. Ogni caso, però, ha una sua storia e una sua evoluzione.

DSC02903cIl successo terapeutico con il signor x non comporta automaticamente il successo con il signor y. Non si possono promettere guarigioni, ma prospettare terapie, quindi percorsi da fare insieme: terapeuta e paziente. Il lavoro sulla balbuzie è protocollabile solo in parte: è sicuramente lavoro interdisciplinare (psicologia/fonetica), il linguaggio deve essere trattato con modalità rieducative, la balbuzie non può essere vista solo come sintomo, ma affrontata anche come “errata consuetudine”, che determina condotte difensive e compensative nel parlante.

La causa della balbuzie risiede nella personalità del parlante, e la sua cura rientra a pieno titolo in una visione psicoterapica. Per il resto, la terapia va costruita sulla singola persona. Il mio pensiero è che si debba lavorare, individualmente, sul singolo caso, e con metodiche costruite sulla sua persona. In altra sede, mi occuperò del discorso sul metodo, nella cura della balbuzie. Che è ampio discorso. Certamente, con tutti si lavorerà sulla  respirazione, sulla fonetica, sulle pause nel linguaggio; sulla disponibilità alla comunicazione; sulla elaborazione dei propri vissuti di parlanti  - e di persone -  oltre che del proprio rapporto con la balbuzie; sulla elaborazione delle proprie ansie performative, che tanto spazio  - e problematiche -  occupano nel rapporto con gli altri, e anche rispetto ai propri desideri di partecipazione più ampia alla vita sociale. Ma, sempre, si deve prestare attenzione alla singola specificità della persona. Le sedute di gruppo, nella terapia della balbuzie, sono importanti come periodici confronti con l’altro, e non istituzionalizzabili come metodo di base.

Di più: le sedute di gruppo possono essere usate anche come strumento “straordinario”, rispetto alle sedute comunemente intese. Per esempio, per fare teatro. E dall’esperienza teatro, il passaggio al doppiaggio cinematografico è percorso lineare: in entrambi i casi, la creatività determina un rapporto nuovo col linguaggio, fa scoprire risorse e potenzialità nuove, proprie al parlante. E così, ho organizzato, nello Studio Dream &  Dream, di Milano, due lezioni di doppiaggio con i miei pazienti: una per i più grandi, tutti adulti, l’altra con i bambini (7-12 anni). Ed è stato un vero successo.

La  premessa, fatta all’inizio, a proposito del non-trionfalismo, ha proprio lo scopo di comunicare quanto questo successo, nell’esperienza del doppiaggio, sia autentico. Un successo, che non è dato solo dalla buona qualità del linguaggio durante il doppiaggio, ma anche dal rapporto che ciascuno dei partecipanti ha potuto stabilire con il proprio parlato, proprio grazie al doppiaggio:

1. Perché i partecipanti hanno lavorato, in sala di registrazione, entrando pienamente nel ruolo di doppiatori.

DSC02890c2. Questo ha consentito loro un linguaggio fluido. In alcuni casi, pochi, vi sono stati errori di balbuzie. E sono stati vissuti come indicazione per modalità fonetiche nuove (ritmo meno veloce, pronuncia più consapevole dei suoni, maggior potere sul proprio parlato): l’immediato riascolto della registrazione forniva le direzioni da intraprendere nella ripetizione della medesima sequenza filmica. Anche errori di pronuncia della lingua italiana (es.: la e, oppure la o, aperte o chiuse) servivano per fornire gli stimoli ad un maggior potere, e consapevolezza, sul linguaggio.

3. Questo, a sua volta, ha significato, per tutti, una nuova visione del proprio linguaggio: quindi la consapevolezza delle proprie capacità linguistiche, reali e potenziali, su cui lavorare, proprio come ricerca “militante” a favore del linguaggio (e non necessariamente contro la balbuzie), ma anche la comprensione di quanto sulla manifestazione della balbuzie influisca la propria visione del sé parlante: si balbetta perché l’idea di sé balbuziente è dominante. Se, invece, si fa forte, nel parlante, l’idea di possedere strumenti fonetico/linguistici adeguati, la sua visione di sé muta, la determinazione a usare quegli strumenti modifica quella visione di sé e il suo linguaggio ha grandi possibilità di fluire. Il doppiaggio è stato affrontato con tale consapevolezza.  Che ha reso il linguaggio un oggetto completamente nuovo, non più affetto dai pregiudizi del parlante.

4. Il doppiaggio restituisce al parlante l’idea di giocare con il linguaggio, di divertirsi. Il linguaggio smette di essere fonte di ansia, addirittura di angoscia, e diventa motivo ludico. Per una riconciliazione tra la persona e il suo parlato.

Nelle due lezioni, questo è avvenuto. Il progetto doppiaggio è pensato, perché

5. Il tutto verrà interiorizzato, memorizzato nella quotidianità della persona. Non rimarrà dentro lo studio di registrazione. Si attua, così, un movimento interno alla persona, capace di modificarne e il linguaggio e la sua percezione. L’esperienza del doppiaggio, come quella del teatro, ha la capacità di essere un’esperienza “forte”, capace, quindi, di suscitare questi movimenti. E questo è tra gli scopi centrali del doppiaggio. Certo, non è automatico. Ma possibile. Niente è automatico nella nostra personalità. Il cambiamento è frutto di elaborazione.


Come abbiamo lavorato


Il doppiaggio si svolge con la lettura dei testi, sincronizzata con lo svolgersi delle immagini. Il lettore, prima vede il filmato in lingua originale, quindi prende conoscenza del testo tradotto, riferendolo alla personalità dell’attore/personaggio: ne interpreta le caratteristiche, per rendere la lettura adatta a quel ruolo. Non è, quindi, pura lettura, ma lettura interpretata, cioè riportata a caratteristiche umane ben precise.DSC02898c

Quindi, inizia la registrazione: tempi obbligati, turni dei personaggi nelle sequenze rappresentate. Inizio io, ora tocca a te, poi a lui. Ci sono le pause, nel filmato, i silenzi, poi si parla. Questo insegna l’importanza delle pause: chi balbetta è sempre veloce, la pausa non è rispettata nel suo linguaggio, dove sembra non avere diritto di cittadinanza. Il doppiaggio impone la pausa, la fa sentire, esattamente come impone il parlato. Si impara l’importanza della pausa. E, poi, la lettura del doppiatore è lettura creativa. Vi è quindi un continuo rimando tra emisfero destro ed emisfero sinistro del cervello: il primo è addetto alla creatività, il secondo alla razionalità. Il doppiatore è costretto a un gioco nuovo, che rinnova le sue abitudini di parlante. Usa il linguaggio (emisfero sinistro) in parallelo con la necessità creativa, emozionale (emisfero destro). Se entra davvero dentro questa dinamica, dimentica la sua balbuzie, grazie a un’azione equilibrante, richiesta dal copione. E la memoria della balbuzie, che troppo spesso condiziona le abitudini del parlante, riceve nuove “informazioni”.

Si destabilizza così il suo ruolo di “disturbo” della funzione linguaggio. Funzione che, sia detto chiaramente, anche nel balbuziente è potenzialmente sana. Come dimostrato dalle svariate volte, in cui il balbuziente ha un linguaggio fluente. Questo nostro doppiatore avrà, così, imparato che linguaggio non significa necessariamente balbuzie, ma anche pienezza, partecipazione, adesione nei confronti della propria comunicazione. Che la comunicazione è operazione da compiere, nel pieno delle proprie energie e secondo il principio dell’energia “frenata”, cioè consapevole e mirata. Partecipando, ma senza eccesso di coinvolgimento. Perché il doppiaggio esige quella determinata misura di partecipazione, imposta dal filmato: non un po’ di più, né un po’ di meno. E diventa quindi parametro, oltre che verifica, di tale capacità di adattamento da parte del linguaggio.DSC02884c

Anche un filmato più semplice, come un documentario con voce fuori campo, richiede tale capacità: il parlato si sincronizza con le immagini. Ci sono le pause, il doppiatore aspetta il momento in cui la voce deve tornare nel filmato, la voce deve essere coinvolgente per l’ascoltatore, quindi si richiede al lettore di far emergere una propria “presenza” vocale.

Sensibilizzato a questa visione del doppiaggio da parte di Andrea, il fonico che ci ha assistito durante questa lezione, il gruppo degli adulti è riuscito a dare un linguaggio davvero all’altezza della situazione. Lo stesso si può dire per i bambini. Forse riuscivano meno a sincronizzare il linguaggio rispetto alle immagini. Troppo preoccupati di leggere la propria parte. Ma le loro parole fluivano. Bene. E, alla fine, tutti, nei due gruppi, erano d’accordo nel voler ripetere questa esperienza. Perché si sono divertiti molto a giocare con il linguaggio.

Roberto De Pas
 
 

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