Il Teatro nella Cura della Balbuzie

Il teatro nella Cura della Balbuzie


Prima parte: le cause della balbuzie. Ricerche e teorie


La BALBUZIE ha cause psicologiche. Secondo altri ricercatori, o operatori, le cause sarebbero neurologiche. Alberto Angarano: I fattori che possono spiegare l’eziologia della balbuzie sono di tipo: neurobiologico, ambientale, psicologico e linguistico,  in: Discutendo di… balbuzie, a cura di Maria Teresa Ingenito, Franco Angeli, Milano, 2012, p. 26.


La tesi più accreditata è la spiegazione multifattoriale delle cause della balbuzie.


E non si può che essere d’accordo. Però, bisogna distinguere: il fattore linguistico è la manifestazione della balbuzie, e non la sua causa. Mentre il fattore psicologico ne è la causa. Inoltre, il fattore ambientale, individuato nella famiglia che, per esempio, fornisce stimoli troppo richiestivi, o nella famiglia così detta ansiogena, più che una causa deve essere definito un fattore facilitante. Facilitante rispetto a dati personologici del bambino, quali forte emotività, sensibilità, che possono accentuare situazioni di conflitto. Perché il conflitto, interiore ed esterno, cioè verso le dinamiche sociali, è da considerare alla base della balbuzie. Affermazione, che mi sento di fare con grande convincimento, e su cui tornerò.

Inoltre, il fattore ambientale, almeno nella balbuzie, non può essere inteso come un assoluto, un dato obiettivo: esso dipende dalla soggettività del bambino, dal modo in cui lui vive il proprio ambiente familiare. E il modo in cui lo vive, dipende, a sua volta, dalle proprie dinamiche interne. Perché in una medesima famiglia, può esserci un figlio che balbetta e altri no: il discrimine è nella modalità di percezione di quell’ambiente familiare da parte del bambino, di quel figlio della cui balbuzie vogliamo occuparci. Quindi non si può parlare di ambiente familiare come causa presunta della balbuzie, ma di dinamiche interpersonali all’interno della famiglia, e di relativi vissuti. Il che è molto diverso: perché il terapeuta deve occuparsi per prima cosa del linguaggio del bambino che balbetta, contemporneamente al suo mondo interiore. Poiché l’ambiente esterno è da sempre lo stimolo che sollecita la nascita del linguaggio del bambino, è sempre vero che ne determina anche la qualità e le modalità. Non solo nella balbuzie. Nel cui caso, però, il terapeuta dovrà sensibilizzare la famiglia verso questa sacrosanta verità: la balbuzie di un figlio va intesa come campanello d’allarme per le dinamiche interpersonali di quell’ambiente familiare. Dove, quindi, deve avvenire un movimento capace di generare cambiamento. Ben sapendo, però, che il focus del suo lavoro è il bambino che balbetta, quindi i suoi bisogni, le sue affettività, i suoi conflitti, le sue potenzialità.

Rispetto, poi, alle cause neurobiologiche ci sarà bisogno di considerazioni a parte, riflessioni dedicate.

Ma procediamo con ordine: io, al momento, resto fedele alla definizione classica che si dà della balbuzie: disturbo del linguaggio periferico funzionale.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S) classifica la balbuzie come disturbo specifico dello sviluppo, un disordine del ritmo della parola nel quale il paziente sa con precisione quello che vorrebbe dire, ma nello steso tempo non è in grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono.

L’ICD (International Classification of Diseases) definisce la balbuzie come un parlato caratterizzato da frequenti ripetizioni o prolungamenti di suoni o sillabe, o da frequenti esitazioni o pause che ne interrompono il flusso ritmico. Dovrebbe essere classificato come disturbo solo nel caso in cui la sua gravità è tale da ostacolare marcatamente la fluenza del parlato (ICD-10, F98.5, W.H.O, 2007).

Secondo Oscar Schindler, audiofoniatra, si può dire che un individuo nasce o diventa disfluente e la società lo trasforma in balbuziente.

Salvatore Anello, psichiatra dice: la definizione che a noi sembra esaustiva è che "la balbuzie sia un disturbo della personalità di origine prevalentemente psicogena o traumatica, che alterando l’equilibrio emotivo del soggetto ne deforma la normale fluenza verbale.


La psicoanalisi si è occupata molto, con diversi autori, della balbuzie


Freud ha dedicato poco spazio, invece, a questo problema. Vi sono accenni in varie parti della sua opera. Interessante questa sua annotazione: un sintomo motorio formatosi per semplice conversione dell'eccitamento psichico in fatto motorio, a proposito di una sua paziente, Emmy, cui era venuta la balbuzie in seguito ad un incidente con la carrozza a cavalli, occorsole insieme ai suoi bambini. Irenea Olivotto, psicoanalista, ci fornisce anche alcuni dati storico-bibliografici sugli studi psicoanalitici, contemporanei a Freud, rispetto alla balbuzie: Putman, Jones, Adler, Jung, Seashore, Travis, Appelt e Johnson, che erano balbuzienti, in quanto psicoanalisti studiarono il fenomeno balbuzie. Van Riper, Blanton, Fröschels, anch’essi psicoanalisti, hanno dedicato proprie ricerche a questo disturbo del linguaggio. Le loro teorizzazioni furono svariate, le cause e meccanismi riportati furono molteplici. La prima esposizione clinico-scientifica psicoanalitica completa si deve a Stekel (1908) che dedicò alla balbuzie un capitolo del suo trattato sulle nevrosi d'angoscia, ma la sua idea non fu condivisa da Freud.

Il perché io usi il Teatro come supporto alla cura della balbuzie deriva direttamente dalla mia visione della balbuzie: un disturbo della personalità (quindi psicologico), con manifestazioni fonico-linguistiche. Ho presentato in questo primo articolo alcune teorie sulla balbuzie: per mostrarne la complessità, mostrare, quindi, lo stato e la storia della ricerca, onde arrivare, con i prossimi interventi, a indicare nel Teatro uno strumento importante per questa terapia. Proprio perché la balbuzie ha cause psicologiche. Altrimenti perché la psicoanalisi, per esempio, se ne sarebbe occupata e se ne sta tuttora occupando? Insieme a molte altre scuole di pensiero della psicologia.
 
 

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