La psicoterapia ipnotica, come strumento interdisciplinare, nel trattamento della balbuzie.

La psicoterapia ipnotica, come strumento interdisciplinare, nel trattamento della balbuzie.

La balbuzie è un disturbo del linguaggio periferico funzionale. La sua insorgenza viene generalmente fissata tra i tre e i cinque anni, comunque successivamente alla fase di acquisizione del linguaggio. La sua manifestazione è discontinua, e legata a situazioni di maggior emotività. La sua incidenza è prevalentemente sulla popolazione maschile: su dieci balbuzienti, otto sono maschi. L’incidenza sull’intera popolaziome è calcolata nell’1%. Molti ricercatori la classificano anche come un disturbo della personalità: coinvolge la sfera dell’affettività e della socializzazione. E’, generalmente, errato ritenere -come spesso si dice- che “con lo sviluppo passerà”.
Anzi, la percezione del sintomo da parte del bambino balbuziente, e la conseguente presa di coscienza, contribuiscono alla sua fissazione, determinando, nel soggetto, comportamenti difensivi, comunque non spontanei, nei confronti del linguaggio: chiusure, evitamenti ecc., tutte tecniche che, con il passare degli anni, possono acquisire “raffinatezze” sempre maggiori. Il tutto trova facile esca in una personalità introversa, la cui aggressività viene, generalmente agita nella propria interiorità, spesso sotto forma di ansia. Le modalità di manifestazione della balbuzie sono svariate. L’intensità del fenomeno non sempre condiziona, o impedisce, le possibilità di guarigione. In funzione terapeutica, molto più incisivo, e parametrico, è l’atteggiamento che il soggetto ha nei confronti del problema. La modalità terapeutica va, ovviamente, divisa per fasce d’età: bambini, adolescenti, adulti.

La filosofia sottostante, però, non muta.

1. Occorre partire da un presupposto interdisciplinare: fonetico-linguistico da una parte, psicologico dall’altra. Il paziente ha assolutamente bisogno di prendere coscienza degli errori tecnici che commette nell’uso del linguaggio, e imparare a riconoscerli.
Questi errori sono di varia natura:

a) Respirazione. Generalmente sbagliato il rapporto respirazione/fonazione; mancanza di sincronia tra fasi respiratorie ed eloquio; quindi mancanza, o quasi, del momento della pausa. La quale, comunque, risente di una non-strutturazione all’interno del parlato. Nella respirazione si evidenzia lo stato d’ansia del soggetto.

b) Irrigidimento dei muscoli facciali, in alcuni casi (non sono pochi) esteso anche ad altre parti del corpo (sincinesìe). Il lavoro (che diventa fatica) fisico messo in atto dal parlante è, generalmente, sproporzionato rispetto alla effettiva richiesta.

c) A monte di tutto questo, l’ansia determina un’anticipazione, comunque una asincronia, nel rapporto pensiero pensato/pensiero parlato. Nella balbuzie, la performance linguistica, in quanto atto fisico-motorio, non riesce ad imporre, come dovrebbe, la propria tempistica sulla competence (in questo caso: ideazione): il parlato è un percorso che “srotola”, svolge nel tempo, il pensiero del parlante, immesso, appunto, dentro all’eloquio, e alla tempistica dell’eloquio. Nella balbuzie, invece, sembra comandare, dominare, il tempo velocissimo dell’ideazione e non il tempo (in proporzione all’ideazione, lentissimo) dell’eloquio, della performance linguistica. Insomma, la “pretesa” sarebbe quella di parlare con la stessa velocità con cui si pensa. Questo spiega perché il balbuziente parla molto velocemente, spesso fino al punto di non dominare nemmeno più il pensiero. Col risultato, poi, di una forte tensione della muscolatura facciale e di un mancato dominio della respirazione.

d) Per questo motivo, una caratteristica centrale della balbuzie è l’anticipazione, ansiosa e ansiogena, o di alcuni suoni, pensati e previsti dal soggetto come particolarmente ostici, o addirittura di intere tranches di pensiero. Il risultato, ovviamente è, in questi casi abbastanza disastroso. Di fronte a tutto questo, il terapeuta deve fornire strumenti tecnici di consapevolezza e di autocorrezione, rispetto a: respirazione, padronanza sui movimenti buccali nell’atto della fonazione, percezione del tempo richiesto dalla comunicazione. Il che, però, non deve mai cadere nel tecnicismo, pur se di vera e propria riacquisizione di una tecnica del linguaggio si deve parlare. Su questo aspetto della terapia della balbuzie, occorre tenere presente l’incostanza del fenomeno stesso: spesso -e soprattutto volentieri- quel soggetto parla anche molto bene.

2. Non è assolutamente sufficiente, quindi, tutta questa parte tecnica, pur se necessaria. Per cui dannoso, e non solo inutile, sarebbe insistere esclusivamente sui suddetti aspetti, trasformando un riapprendimento tecnico in un un puro tecnicismo, frustrante quanto incompetente. Il vero problema, quindi, eziologicamente parlando, sta nel pessimo rapporto che il paziente ha stabilito con il proprio linguaggio, inteso non come funzione, ma proprio come comunicazione, esposizione e quindi anche messa in gioco di sé.

3. La necessità dell’intervento psicologico poggia su queste motivazioni. E la psicologia è da intendersi, in questo caso, come parte di una visione interdisciplinare. Il trattamento della balbuzie è sicuramente una psicoterapia, ma condizionata nel suo essere, dall’esigenza linguistico-fonetica. In questa visione terapeutica, non c’è un elemento dominante: tutto è supporto rispetto al resto. E’ una visione circolare e di movimento. Proprio di quel movimento, che il terapeuta deve riuscire a trasmettere al proprio paziente: un movimento interiore.

4. In molti casi, si è rivelato utile l’uso delle induzioni di trance. Anche in questi casi, però, l’intervento mirato sul linguaggio relega a ruolo di supporto anche l’intervento psicoterapico induttivo, il quale, a sua volta, relega a ruolo di supporto l’intervento fonetico-linguistico. E’ il loro incontro che determina la vera terapia per la cura della balbuzie. Teoricamente, è pensabile che una psicoterapia ipnotica possa avere grosse risonanze, proprio in forza della etiologia psicologica della balbuzie: l’induzione può sottrarre il paziente all’autosuggestione, che lo trascina dentro a manifestazioni e pensieri di balbuzie. Nella mia pratica terapeutica, è prevalsa, invece, la necessità interdisciplinare: l’assuefazione al sintomo ha il potere di trasformare la tecnica d’uso del linguaggio, e il sintomo finisce col dominare il soggetto. Anche quando il soggetto non presenta manifestazioni di balbuzie, il suo eloquio è, comunque, caratterizzato da tachilalia, errori respiratori, disarmonie. Il che rende obiettiva la necessità di interventi specificamente mirati al linguaggio. Occorre fare breccia in più punti: uso tecnico del linguaggio, percezione soggettiva del proprio linguaggio, liberazione dei contenuti attraverso la rivalorizzazione della comunicazione. Le induzioni allora devono essere mirate non tanto al problema del linguaggio, ma a due problemi personologici di fondo: il rapporto del soggetto con sé stesso, e il rapporto del soggetto con la comunicazione, intesa in senso lato e non solo in senso fonetico-respiratorio. L’induzione ha anche il compito di spolarizzare l’attenzione del paziente rispetto alla funzione linguaggio, mostrargli che è un falso problema, un problema inventato.

La balbuzie come problema inventato.


Il che, essendo continuamente confermato dai fatti (visto che spesso parla bene), non è teoricamente difficile. Teoricamente. E, allora, le induzioni saranno mirate non al linguaggio, ma alla liberazione della comunicazione. Descizione di un caso: Pietro è un ragazzo di 17 anni, frequenta la IV superiore. E’ figlio unico. I risultati scolastici sono piuttosto buoni. Pratica attivamente lo sport (basket. E’ molto alto). I genitori, dotati di un discreto livello di ansia, operano un condizionamento su di lui non palpabile, direi “strisciante”. Di base, comunque, l’ambiente familiare è positivo. Il suo inserimento sociale è sufficientemente buono, pur se ai suoi occhi non soddisfacente. Viene inviato a me da una logopedista. Il lavoro inizia, dopo il primo colloquio che avviene, in parte, anche in presenza della madre. Si affronta la parte fonetico-respiratoria: il suo eloquio è molto veloce, le pause inspiratorie pressoché assenti. E’ un percorso di presa di coscienza, facilitato anche dall’uso di registrazioni (prima audio, poi video), che Pietro si porta a casa per poterle ascoltare. Questa fase ha dato subito ottimi risultati, in termini di autoconoscenza prima, di strumentazione personale rispetto al tema linguaggio, dopo. Voglio far notare che la terapia della balbuzie, statisticamente, dà subito, sin dalle prime battute, risultati positivi, perché si attua un movimento verso il “nuovo”. Il vero problema è stabilizzare tali risultati, e farli progredire in una successione virtuosa, capace di dimostrare al nostro parlante tutta la potenzialità della sua flenza linguistica. Ma, tornando a Pietro, questa sua consapevolezza ci consente di passare, più strumentati, alla parte più propriamente psicoterapica. Occorre precisare, comunque, la sincronicità permanente dei due poli terapeutici linguistica/psicologia. Perché gli esercizi sul linguaggio avvengono su letture, esercizi di dizione e respirazioni, sì, ma anche sul linguaggio in quanto effettiva comunicazione. Quindi sul linguaggio, quale è in uso nella prassi di una seduta psicoterapica. Gli viene, poi, spiegato il percorso dell’induzione e relative motivazioni. La poltrona su cui siede è reclinabile, e noi la usiamo nella “versione induzione”.

La prima induzione ha per oggetto la respirazione.


Si tratta di sensibilizzarlo a un uso consapevole del proprio fiato, ma non in funzione del linguaggio: il mio scopo è allargare il suo “panorama”. Lo “porto” sulla spiaggia a osservare il flusso lento e costante delle onde sulla riva del mare. Di un mare calmo. Esclusivamente questa consegna, giocando tra ritmo delle onde e ritmo respiratorio. Riesce ad associare quella calma respiratoria alla sensazione di una calma più generale. Lo invito, poi, a parlare, con alcune domande su quella spiaggia, su quelle onde, sul suo torace e sul suo addome. Quindi, lo invito, se vuole e solo se vuole, a parlare, a dire, a prendersi il suo spazio e il suo tempo in quella stanza, che è la sua stanza (terapeutica). Scopre, allora, il piacere di una comunicazione spontanea, non necessitata, quindi non ansiosa; insieme a una sensazione di libertà fisica e interiore. Non fornisco altri “rinforzi”, gli faccio solo sentire la mia presenza inserendomi nel suo discorso con isolate parole (“sì”, “ti seguo”…). Ascolto i suoi silenzi e le sue comunicazioni. Alla fine, gli spiego la necessità/capacità di interiorizzare e memorizzare quella situazione, da lui, e solo da lui, creata. Analogo è il percorso delle sedute successive. La terapia è stata interrotta da una sua vacanza, al ritorno dalla quale mi ha raccontato della fluidità del suo linguaggio, pur se permane ancora una velocità della quale si rimprovera. Mi racconta anche di lunghe conversazioni con una ragazza, che è, finalmente, riuscito a conoscere: “era lei che se ne stava in disparte, ma questa volta mi sono fatto avanti. E, con lei, ho sempre parlato adagio. E la rivedrò domani”. Il tema della velocità d’eloquio e la relativa autocolpevolizzazione sono state al centro delle successive sedute. Agendo in particolare sulle conflittualità interiori, ma indirettamente e attraverso il problema dell’ansia: prima di partire per qualche località, in più occasioni, aveva sognato i luoghi in cui sarebbe andato. Rispetto a queste manifestazioni di desiderio/ansia, ho stabilito induzioni che lo portavano in quei luoghi: “cammini molto adagio per le piccole vie di questo paesino, guardi, osservi tutto con molta calma. Ogni cosa che vedi, ogni persona ti suscita pensieri e sensazioni, che ti dài il tempo di accogliere. E, se vuoi, me le comunichi”. Abbinando l’ansia alle anticipazioni, quindi alla velocità d’eloquio, stabilisce, per così dire, un’”autoassoluzione” rispetto alla propria velocità linguistica. Perché si è reso conto di non essere “autore” diretto di quella velocità, ma un “produttore di velocità”, condizionato da ansia e antiche abitudini acquisite.

Per cui, si tratta anche di riuscire a trovare modi nuovi di pensare, di pensarsi e di pensare il linguaggio. Ha accolto il problema, ridimensionandolo: il che ci ha consentito di lavorare sul problema e non sull’ansia della soluzione. Determinando, quindi, un rapporto più sereno e costruttivo con se stesso. Il che gli ha consentito di capire che il vero problema non è parlare, ma dire. La terapia prosegue. Questa Relazione fu presentata al Convegno “Ipnosi nel 2000”, organizzato a Milano nel 2001 dall’AMISI (Associazione Medica Italiana Studi sull’Ipnosi). E pubblicata nel relativo volume “Atti del Convegno”, insieme ad un altro mio intervento su Milton Erickson. L’anno scorso, nel 2014, ho avuto modo di parlare con “Pietro” al telefono. Oggi, Pietro è un ingegnere, lavora all’estero, da dove appunto, mi parlava. Con un linguaggio molto fluente, per me che lo ascoltavo, ma anche per lui, che mi raccontava della sua ormai acquisita fluenza linguistica e del suo lavoro e della sua vita privata. Tutto questo è solo la presentazione di un caso. La terapia della balbuzie è ricerca, ricerca continua nella direzione che ho voluto indicare in questo articolo. Lungi da me l’idea di trionfalismi terapeutici.

 

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