“La scoperta di Massimo”, di Giuseppe Novellino

"La scoperta di Massimo" di Giuseppe Novellino


Si trattava di mettere in scena l’episodio de ”La vergine cuccia”, tratto dal poemetto “Il Giorno” di Giuseppe Parini.
"L’idea aveva subito entusiasmato i ragazzi della 4^B.
La storia, come tutti sanno, è semplice; la poesia è grande. La cagnetta della signora morde il piede del servo e lui le dà un calcio, facendola rotolare e guaire sul lucido pavimento. Le stanze della lussuosa dimora risuonano di guaiti. Accorrono tutti, la dama sviene. Il povero servo si trova licenziato in tronco e è costretto a mendicare sulla pubblica via.
I ragazzi si misero subito al lavoro. Nel giro di un’ora si divisero le parti.
Nella mia veste di insegnante di lettere mi sentivo soddisfatto. Li lasciai discutere, ma osservavo Massimo, che se ne stava un po’ in disparte.
Era un ragazzo alto e magro, con due occhi grandi che ti guardavano sempre con una specie di timorosa meraviglia. Era balbuziente.
Il disturbo poteva considerarsi di una certa gravità. Faceva davvero fatica a parlare. Alunno abbastanza studioso, riusciva più nello scritto che nell’orale. Anzi, da interrogato era un vero disastro. Ma mi faceva piacere vedere che gli altri non lo prendevano in giro, anzi lo ascoltavano con pazienza. Forse perché avevano riscontrato un atteggiamento costruttivo anche negli insegnanti.
Fu un compagno che a un certo punto disse:
- E tu, Massimo?
Il ragazzo impiegò un momento a dire che poteva interpretare uno dei servitori che accorrono in aiuto della cagnetta. Non avrebbe dovuto parlare.
Io, invece, feci questa proposta:
- Potresti fare il gentiluomo che passa per la via e commenta con superbia il misero stato di mendicante in cui è stato ridotto il povero servo, colpevole di avere dato un calcio alla “divina” bestiola.
Infatti mi sembrava molto idoneo, per la figura e il portamento. Glielo feci notare e in un primo momento rimase lusingato.
Subito dopo divenne rosso e cercò di replicare.
- Okay, il gioco è fatto, - tagliò corto una ragazza, togliendogli le parole di bocca. - I ruoli sono distribuiti e possiamo metterci al lavoro.
Massimo non protestò.
Venne redatto il testo con tutte le battute e un paio di settimane dopo cominciammo le prove.
Niente di particolare, fino alla scena che vedeva coinvolto Massimo.
Lui doveva entrare, agghindato come un cicisbeo e a braccetto di una dama. Doveva passare davanti al povero servo mendicante e pronunciare una frase di profondo disprezzo. La battuta era lunghetta, di almeno quattro righe e doveva provocare un giudizio altrettanto sdegnoso della sua accompagnatrice.
La prima volta fu un autentico disastro.
La camminata superba era molto convincente, ma quando doveva parlare, Massimo si inceppava paurosamente, vanificando l’impressione positiva. Le consonanti erano per lui ostacoli insuperabili, su certi dittonghi scivolava come una papera sul ghiaccio.
I suoi compagni, solidali e abituati, non ridevano. Ma questo non bastava.
Massimo era sul punto di abbandonare l’impresa.
Passai al contrattacco e dissi:
- Tu sei adattissimo a interpretare questo personaggio. Il tuo portamento è perfetto. Devi solo dire la frase in questo modo… - E gliela lessi usando una strascicata, stracca cantilena. Una specie di nenia che cadeva dall’alto come un pigro fiotto oleoso.
Poco convinto, provò. Dopo due o tre tentativi, scoprì che la cantilena lo metteva stranamente a suo agio, gli consentiva di padroneggiare la respirazione e emettere le due frasi della battuta con due sole emissioni di fiato.
Non balbettava. Inoltre quel modo di parlare risultava perfettamente adatto al nobiluomo, presuntuoso nei confronti del povero servo mendicante.
Massimo si calò così nel ruolo e ci prese gusto.
Il giorno della rappresentazione, agghindato come un nobile del ‘700, fece un figurone. La sua breve interpretazione risultò di grande effetto e strappò perfino un breve, immediato applauso.
Massimo si sentì molto gratificato.
Nei giorni successivi, ogni tanto, dal profondo del suo animo riemergeva il personaggio… E allora, anche in una situazione banale di vita quotidiana buttava lì delle frasi un po’ cantilenate, addirittura senza incepparsi.
Massimo aveva capito il trucco. La respirazione gli sembrò una funzione da poter padroneggiare.
Per tutto il resto dell’anno scolastico balbettò meno del solito.
Quando finì la scuola, non era guarito. Ma il suo difetto non appariva più così devastante.

L’esperienza teatrale gli era servita, eccome!"

Giuseppe Novellino
 

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