Lettera di Chiara

Ho chiesto a Chiara un’intervista sul suo linguaggio.

I suoi impegni non le hanno permesso di incontrarci. Mi ha mandato questo testo che qui pubblico con la sua autorizzazione.

E’ breve: una sintesi che va dalla percezione della propria balbuzie (V Elementare) fino ai giorni nostri, usando il proprio linguaggio per rappresentarsi nei propri percorsi scolastici e professionali.  E, alla fine, ci dice: “Ho imparato a prendermi cura del mio linguaggio anziché temerlo. Amarlo anziché odiarlo.”.

Buona lettura.

Credo di poter individuare con certezza il momento in cui ho cominciato a balbettare. Ero in quinta elementare, si preparavano le letture per gli esami. Dal sussidiario ne scelsi una sugli usi e costumi della Sardegna (chissà perché, poi!). Arrivato il momento di esercitarsi leggendo quel testo in classe, qualcosa si inceppò e suoni cominciarono a non uscire bene dalla bocca. Avevo letto tante volte davanti a tutta la classe, avevo ottimi voti. Insomma, ero la classica “brava della classe”. Ma forse il fatto che quella lettura fosse per un esame cambiò tutto. E nulla fu come prima.

Balbettavo solo quando leggevo, pochissimo durante il parlato. Era ansia da prestazione, ma a dieci anni non potevo saperlo.

Cominciai a identificare “i miei nemici”. Che altro non erano che alcune consonanti che mi veniva difficile pronunciare: la d, la t, la c, la d, ogni tanto la m (non sempre). Ma la più “stronza” era la p. Da allora, passata alle medie, evitavo di leggere in classe. Chiedevo di andare in bagno quando capivo che la prof avrebbe scelto un lettore tra i banchi, frugavo nello zaino mostrandomi impegnata in chissà cosa. La balbuzie aveva a che fare con tutto quello che era fisso, scritto, rigido, immutabile. Quando mi capitava di essere costretta a leggere, non sempre andava malissimo. Avevo trovato delle strategie. Come mettere delle e- inesistenti davanti alle parole che mi davano problemi. Ricordo che una volta la prof di greco me lo fece notare. “Ma non c’è nessuna e!”, disse. E io lo sapevo benissimo.

Nel linguaggio orale funzionava tutto più o meno bene. L’unico cruccio era recitare il numero di telefono di casa. C’era il suono tr- all’inizio che mi procurava problemi. Tirai un sospiro di sollievo quando diventò obbligatorio digitare il prefisso prima del numero.

Cominciai anche a fare teatro a scuola, quasi a sfidare quel mostro che nascondevo a tutti. La lettura del testo era il solito incubo, ma nella messa in scena era tutto fluente. Ho continuato a fare teatro, ho frequentato diversi laboratori. Negli anni il teatro per me è rimasto sinonimo di benessere e libertà.

Avevo il bisogno di mostrare al mondo che non ero balbuziente, volevo che gli altri non mi identificassero come una balbuziente. C’è sempre stata questa paura del giudizio altrui, che continua tutt’oggi. Che poi era paura di deludere tutti quelli che puntavano su di me.

Ho una storia familiare complessa alle spalle, la perdita di mio padre quando ero ancora neonata, e una madre e una famiglia distrutta da questo dolore. Insomma, mi sentivo come se avessi dovuto rappresentare il riscatto per tutto quel dolore. Non dovevo in nessun modo arrecare preoccupazioni o problemi. Per questo ho sempre preteso il massimo da me. Il massimo dei voti a scuola, una condotta scolastica che non avrebbe dovuto creare problemi a casa. Per cui quella balbuzie che mi dava il tormento andava nascosta. E in effetti non si vedeva poi così tanto, ma io sapevo che c’era! Per gli altri non ero una balbuziente, per me sì.

Andando avanti nel tempo, però, cominciava a complicarsi tutto. Finii il liceo – inutile dirlo – con il massimo dei voti. Feci i test di ingresso per entrare nel corso di laurea dell’università che avevo sempre sognato. E ci riuscii, arrivando tra i primissimi su centinaia di persone.

Per il primo esame, potevo scegliere tra scritto e orale. Scelsi l’orale, quasi a volermi sfidare. Presi 30 e lode, ma balbettai. Così come ho continuato a balbettare durante gli altri esami orali. Non tutti, ma la maggior parte sì. Una volta una professoressa, durante un esame, mi chiese: “Ma lei è balbuziente?”. Io risposi di no, che era solo l’agitazione a non farmi parlare bene. Parlavo con la professoressa ed era tutto fluente, cominciavo a parlare del contenuto dell’esame e mi inceppavo. Era come premere un pulsante.

Per la discussione della testi di laurea, chiesi ad amici e parenti di non entrare in aula. Non volevo che tutti vedessero quello che ero, e che cercavo di tenere nascosto. Sia alla discussione della laurea triennale che a quella della specialistica balbettai tanto.

Dopo la laurea, sono riuscita a entrare anche nel master che avevo sempre sognato. Compagni di classe selezionatissimi, e tutti molto in gamba. Il master ci teneva impegnati tutta la giornata, e il linguaggio era al centro di tutto. La pressione era tanta, l’ansia da prestazione pure, ci veniva chiesto di dare il massimo. Bisognava leggere e parlare. Sempre. Scrivevo i testi che avrei dovuto leggere in modo che all’inizio delle frasi, e dopo le pause, non ci fossero quelle lettere nemiche, che erano rimaste le stesse. Sembravano i miei ‘Esercizi di stile” alla Queneau. Ma non sempre i testi li scrivevo io, e non sempre andava bene. Quel mostro che avevo sempre tenuto nascosto cominciava ad azzopparmi. A schiacciarmi.

È lì che ho capito, dopo 15 anni da quella lettura sugli usi e costumi della Sardegna, che avrei dovuto affrontarlo. Così ho cercato, ho trovato e ho scelto Roberto De Pas, il mio Virgilio nel mondo distorto del mio linguaggio.

Il primo sospiro di sollievo è stato entrare nello studio di Roberto e dire: “Sono balbuziente”. Lì potevo dirlo, e mostrare tutti gli inceppi senza nasconderlo più. Che c’erano eccome. Quando Roberto mi faceva leggere un testo a caso tra i libri presi dalla sua scrivania. Quando mi faceva leggere il mio numero di cellulare scritto su un foglio. Ogni volta speravo che non mi facesse leggere, e invece leggevo con il cuore in gola, con la stessa sensazione che provavo in classe, davanti ai compagni di banco.

Poi il cuore, pian piano, dalla gola tornò a battere al suo posto. Avevo guardato in faccia la balbuzie, che poi era il mio linguaggio ingarbugliato. E capii che potevo sciogliere quei nodi che non lo facevano scorrere in maniera fluente. A casa mi esercitavo a leggere ad alta voce. Anziché concentrarmi sui suoni, cominciai a godermi i contenuti. Sceglievo i libri che più mi piacevano, in modo da godermi il testo e la mia voce che gli dava forma. Imparai a respirare bene, a scandire i suoni, a rallentare quando mi accorgevo di parlare troppo velocemente. È stato come allenarsi, andare in palestra, un lavoro quotidiano e militante. E la “cura” del mio linguaggio andava di pari passo con la cura della mia anima. Avevo tanti nodi da sciogliere anche lì! Raccontavo i miei sogni a Roberto e da lì si partiva quasi sempre. Imparai che l’ansia non è per forza qualcosa di negativo, va solo incanalata bene.

I nodi piano piano si sono sciolti. Non tutti, è chiaro. È stato come rivoltarsi come un calzino. Faticoso, pieno di lacrime. E poi è arrivato il teatro, che Roberto giustamente usa come terapia per la cura della balbuzie. C’era un palco, il mio corpo, la mia anima e il mio linguaggio. Tutto insieme. Prima le prove: dure, come quelle lettere che nella lettura non venivano fuori, ma sul palco sì. E poi lo spettacolo. Con un pubblico vero. Bellissimo ed emozionante. E un gruppo di attori, che – quasi tutti – condividevano quel “difetto” con me.

Oggi faccio un lavoro che ha il linguaggio al centro. Parlo, faccio interviste, recito il mio numero di telefono tutti i santi giorni, modero persino dibattiti e convegni. Non posso dire di non essere più balbuziente. A volta sbaglio ancora. Quei nodi ogni tanto si formano ancora. Ma stavolta guido io, miei cari. E mi diverto con il mio linguaggio. Quel bastardo oggi è il mio compagno prediletto. Quando sbaglio, individuo l’errore, mi ammonisco e mi chiedo perché ho sbagliato. Sono molto severa!

Da (ex?) balbuziente, ho cominciato anche a parlare in tv e in radio. La prima volta in tv è andato tutto liscio, ho parlato bene, ho sbagliato solo una volta. A casa non se ne sono accorti (è stato impercettibile, dicono), io sì. Prima della diretta, sapevo di avere gli strumenti per gestire quella tensione. Che insomma, per la prima diretta su una tv nazionale ci sta tutta!

Parlare e leggere in pubblico ora non è più una cosa che evito. Anzi, a volte mi propongo io stessa. Per esercitarmi segretamente. Vado in vacanza? Leggo io la guida per tutti gli amici. E mi diverto. È un lavoro quotidiano che continua ancora oggi. Ho imparato a prendermi cura del mio linguaggio anziché temerlo. Amarlo anziché odiarlo. Non posso dire che va sempre tutto bene. Ma più che balbuziente, oggi mi definirei parlante. Più o meno brava, quello dipende solo da me.

 

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