Carissimo Roberto,

purtroppo non potrò essere presente martedì 24, e me ne dispiace moltissimo. Forse però potresti ugualmente dire due parole sul mio caso, che tu hai seguito.

Ho 45 anni oggi, e ho balbettato per la maggior parte della mia vita. Non so più con precisione a partire da che età; ma certamente, come mi dicevano i miei compagni,  “parlavo in modo strano” già in prima elementare, quando avevo cinque anni e mezzo. Più avanti con l’età, più che parlare in modo strano non parlavo proprio: la mia balbuzie mi bloccava completamente la voce, e mi faceva restare con la bocca aperta e i muscoli contratti per lunghi secondi in silenzio, prima che potesse uscire qualche sillaba.

La situazione peggiorò con l’adolescenza, naturalmente. Al liceo ero bravo, ma le interrogazioni erano un incubo. Per un paio di professoresse, la soluzione fu quella di interrogarmi per iscritto; per gli  altri che si rifiutavano di concedermi questa scappatoia, era letteralmente un calvario.

Accanto a tutto questo, una situazione da manuale, come ho scoperto conoscendo molti altri ragazzi balbuzienti: la balbuzie ai massimi livelli in presenza di situazioni che mi stimolavano aggressività, soprattutto nei confronti di mio padre, con il quale avevo un rapporto intenso ma fortemente conflittuale. Balbuzie marcata, poi, in tutte le situazioni che mi evocassero l’idea di autorità e di potere: dai professori ma anche ai miei amici maschi, con i quali balbettavo molto più che con le ragazze. Una perenne sfida con il potere; e una sensazione di frustrazione per la mia sensazione di inadeguatezza ad affrontarlo.

Poi cominciarono i tentativi di cura della balbuzie. Da bambino i miei genitori mi avevano fatto fare anni di psicomotricità – ero anche (e sono) molto imbranato fisicamente, e ho una coordinazione motoria pressoché nulla. Poi anni di psicoterapia, durante l’adolescenza, da uno psichiatra infantile: nessun risultato utile, ed anzi i problemi continuavano a crescere.

A 17 anni fui portato da Mastrangeli a Rapallo, per due corsi di due settimane ciascuno a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro. Fu lì che presi seriamente coscienza della gravità del mio problema, e della sua dimensione esistenziale. Prima ero convinto che avrei potuto convivere con la mia balbuzie: dopo tutto, il mio punto di forza era che – con tutte le difficoltà con le interrogazioni e nei rapporti sociali – al liceo ero bravo, forse il migliore della classe. A Rapallo un bravissimo psicologo – un sacerdote che non avrei più incontrato, ma che non potrò mai dimenticarmi – mi disse: guarda come stai torturando l’orologio. Guarda lo schizzo che hai fatto sul foglio: una rete, una gabbia, in cui rinchiudi te stesso. Tu non stai affatto bene nella tua situazione; tu stai male, e devi fare qualcosa per cambiare. Quel colloquio fu come una frustrata: uscii pensando: è vero, sto male.

Quello psicologo, in pochi giorni, mi disegnò un percorso che mi fu prezioso: non tanto per vincere la balbuzie, quanto per ricercare una serenità, una gioia di vivere che non avevo. Recuperare un rapporto di amore, e non solo di competizione e di sfida, con il papà; buttarmi nella mischia con gli altri ragazzi della mia età, uscire di casa, andare in vacanza con i miei amici. Mettermi in gioco oltre le situazioni scolastiche. Uscire dal mio isolamento.

Intorno ai 18 anni, io divenni così una persona aperta, socievole, allegra e pronta allo scherzo (in genere, vittima di scherzi per la mia imbranataggine e le mie insicurezze, che però mi divertivano perché mi rendevo conto che i miei amici mi volevano bene: non perché fossi un secchione e, anzi, nonostante fossi bravo a scuola). La balbuzie però continuava ad esserci, imperterrita: non paralizzava le mie relazioni sociali, ma certo le complicava. Al telefono, mi facevo sostituire da mio fratello, per paura che la mamma dei miei amici – non sentendo nessuno all’apparecchio – mi chiudesse il telefono in faccia.

E poi ci fu l’università. Scelsi giurisprudenza, non sapendo bene che altro fare, e poi perché avevo lo zio avvocato, forse perché davo per scontato che o prima o poi la balbuzie, non si sa come, sarebbe passata.  Ma nel frattempo gli esami (tutti orali) erano una via crucis: li superavo per la verità con voti buoni (anche se non sempre con i 30 che avrei magari meritato), ma probabilmente sottoponendo chi mi interrogava a stress immani, nell’attesa che si chiudessero frasi sempre spezzate all’inverosimile, con mille contorsioni del volto e, a volte, di tutto il corpo. L’esito degli esami mi confortava, e quindi non ci soffrivo più di tanto; ma mi ricordo ancora il panico nei minuti che precedevano la mia chiamata, mentre mi prefiguravo il solito copione.

I veri problemi, però, vennero dopo, una volta laureato, quando si trattò di decidere che cosa fare con una laurea in giurisprudenza. Per fortuna avevo incontrato un professore di diritto penale, con il quale mi ero laureato, che credeva in me, e nonostante tutto aveva intuito che avrei potuito essere uno studioso. Grazie a questo professore, andai due anni a studiare a Monaco, in Germania, dopo la laurea: lì dovetti imparare il tedesco, ancora ovviamente tra mille difficoltà (gli esami al Goethe Institut misero ancora a dura prova la serenità dei docenti, ma a questo ero abituato). Al ritorno però feci l’esame di Stato di abilitazione da avvocato: passai lo scritto, e nel 1993 l’orale. Balbettai in modo esagerato; lo passai, ma con il minimo dei voti in tutte le materie. Come dire: ti facciamo passare perché abbiamo capito che hai studiato, ma scordati di poter fare questa professione.

Lo schiaffo fu violento, lacerante: uscii piangendo, e piansi per non so quante ore in macchina con mio fratello. Anche questo fu uno dei momenti cruciali nella mia vita: così non potevo andare avanti. Non avrei potuto fare l’avvocato, ma come avrei potuto insegnare all’università in quelle condizioni? Quale lavoro avrei potuto fare? Che vita avrei avuto, e che vita avrei offerto alla ragazza, con cui stavo ormai da qualche anno?

Fu il mio professore, che nonostante tutto continuava a darmi fiducia, ad indirizzarmi a una foniatra, la quale a sua volta mi indirizzò, dopo qualche mese di (inutile) logopedia, a Roberto.

Mi ricordo vagamente il primo incontro. La sensazione che mi è rimasta è quella di una grande simpatia e semplicità. Uno che non se la tirava, che mi colpiva per la sua intelligenza ma anche per la sua capacità di sdrammatizzare, e di semplificare i problemi. La seconda volta mi ricordo che mi presentai in ritardo, quasi a ora finita, perché ero rimasto intrappolato nel traffico: tutti e due ridemmo pensando a come in una situazione del genere uno psicologo ‘serio’ avrebbe potuto costruire teorie sulle motivazioni occulte del mio ritardo, come espressivo di una resistenza alla terapia. Da allora continuai a divertirmi con lui, e a sdrammatizzare tutto quello che prima tendevo a vivere in maniera drammatica; e proseguii questi nostri incontri per dieci anni, senza interruzione se non nei mesi estivi. Ogni volta con il desiderio di raccontargli quello che mi era successo, qualche volta piangendo, il più delle volte buttando fuori tutte le mie ansie frustrazioni tensioni, e uscendo sempre un po’ più sereno di quando ero entrato.

La balbuzie, certo, non passò subito. Ma forse non era questo il punto essenziale: se c’è una chiave nel percorso che ho fatto con Roberto, forse è stata quella della conquista graduale di affetto e simpatia verso me stesso. L’immagine che avevo di me era, all’inizio  del mio percorso, un po’ schizofrenica: partivo da una grande idea di me stesso, di una ricchezza che però non riusciva a esprimersi, chiusa in quella gabbia di cui mi aveva parlato lo psicologo collaboratore di Mastrangeli. Una bomba che non riusciva a esplodere; che forse doveva essere trattenuta per non ferire qualcuno…. A poco a poco l’immagine di me mutò: la bomba fu sostituita da un’energia vitale che, finalmente, poteva essere canalizzata all’esterno attraverso un percorso lineare, senza ferire nessuno e senza  nessuna portata deflagrante. La mia immagine ne riuscì ridimensionata; ma al tempo stesso molto più umana e molto più simpatica, anche ai miei occhi.

Quanto alla parola, a poco a poco compresi che il mio obiettivo non doveva essere quello di parlare come Vittorio Gassman: semplicemente, si trattava di trovare il modo per esprimere, in modo autentico, quello che avevo voglia di dire. Senza attribuire troppa importanza a quello che stavo per dire, e a come lo averei detto: tanto non avrei cambiato il mondo con le parole, che non erano così importanti come pensavo. Ma se avevo voglia di parlare, di dire cose giuste o sbagliate che fossero, dovevo trovare il modo di farlo: magari balbettando un po’, ma chi se fregava. L’importante sarebbe stato tirar fuori quello che avevo dentro, per la semplice gioia di farlo.

Nel frattempo avevo vinto il dottorato, divenni assistente e poi ricercatore all’università. Balbettavo ancora, ma cominciai ugualmente a condurre seminari e poi a fare le prime lezioni agli studenti. Una paura pazzesca, ma cominciai a presentare casi scritti agli studenti e a farli discutere, per poi intervenire sempre più nelle discussioni, stimolandoli e facendo obiezioni. Non erano lezioni frontali in senso classico, ma in questo modo sperimentai un metodo dialogico che agli studenti piaceva moltissimo. Anche se ogni tanto mi bloccavo, e poi chiedevo scusa e riprendevo: magari gli studenti sorridevano, ma mi apprezzavano perché li facevo divertire, e facevo delle lezioni non convenzionali che mettevano in gioco anche loro.

Fu così che, a poco a poco, la balbuzie si ridusse sin quasi a scomparire, man mano che cresceva la mia consapevolezza che non parlavo come Gassman, ma a mio modo riuscivo a essere efficace con gli studenti. Mentre continuavo a riflettere di queste cose con Roberto, divenni professore associato, facendo una buona prova orale senza balbettare troppo; e poi divenni ordinario, per essere chiamato all’Università di Milano. Nel frattempo, comiciai a tenere seminari, conferenze, corsi di formazione in giro per l’Italia, e poi all’estero: buttandomi a poco a poco anche con le lingue straniere, che avevo studiato in passato… come lingue scritte, come il latino o il greco, che ora improvvisamente si risvegliavano. Anche qui, con molte difficoltà all’inizio – il tedesco mi crea ancora grosse ansie, e continuo a balbettare parlando questa lingua, mentre le cose vanno molto meglio ad esempio con il francese e con lo spagnolo, che avverto come più familiari. Ma, insomma, per essere uno che ha balbettato tutta la vita, non posso proprio lamentarmi.

Nel 2004, quando divenni ordinario a Milano e cominciai a vivere con la donna che sarebbe poi diventata mia moglie, decisi di concludere il percorso con Roberto. All’inizio credevo che si sarebbe trattata di un’interruzione, e forse continuo a pensarlo, perché non amo pensare agli addii definitivi. Né mi considero a tutti gli effetti un “ex” balbuziente: non credo ci sia mai stata una vera frattura tra il “prima” e il “dopo” nella mia vita. In fondo, sono sempre io che ho attraversato tutti questi anni: cambiando, rilassandomi e acquistando gradatamente fiducia e simpatia verso me stesso, ma sempre io sono restato. Con i miei pregi, e le mie fragilità, i miei limiti, le mie debolezze. Come tutti. Ma anche con la gioia di potere, finalmente, tirar fuori quello che ho dentro, facendo un mestiere che mi dà continuamente occasioni meravigliose per farlo: come quella del corso universitario che si è concluso giusto ieri, con un applauso lunghissimo degli studenti che mi ha ancora una volta commosso.

Forse ho scritto troppo, ma l’ho fatto di getto. Fai tu ciò che vuoi di questa mia confessione: ora devo correre ad accompagnare il piccolo Mattia all’edicola, dove dovremo cercare il ragno di plastica che gli ho promesso, e che mi sta chiedendo da quando si è alzato stamattina. Sempre più impaziente perché io sto ancora perdendo tempo al computer.

Un grande abbraccio, Francesco

Vuoi ricevere la nostra Newsletter?