Lezione al Liceo Manzoni di Milano

Lezione al Liceo Manzoni di Milano


“Caro Poeta Paul Celan”, “Gentile stimatissima signora”: sono gli inizi di una serie di lettere tra Paul Celan e Nelly Sachs (tra il 1954 e il 1969).

Paul Celan, nato a Czernovitz nel 1920, morto a Parigi nel 1970, è considerato tra i massimi esponenti della poesia del Novecento. Le sue opere sono tradotte in italiano, nei “Meridiani” e presso Einaudi.

Nelly Sachs, nata a Berlino nel 1891, morta a Stoccolma nel 1970, ha vinto il Nobel per la Letteratura nel 1966. Einaudi ha pubblicato la traduzione delle sue opere.

Sono considerate le due voci più profonde di quella poesia del Novecento, nata dopo la Seconda Guerra Mondiale, dopo la Shoah.

Un filosofo nato in Germania nel 1903, poi trasferitosi negli Stati Uniti, Teodoro Adorno, aveva affermato che dopo Auschwitz non era più possibile scrivere poesia:

"La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie."

Ma, dopo le poesie di Celan, si dovette ricredere. Tra il poeta e il filosofo si avviò un intenso dibattito, che non portò ad un vero e proprio incontro tra i due uomini, ma segnò una svolta nel pensiero del filosofo riguardo la concezione dell’arte dopo Auschwitz, tanto che negli ultimi anni della sua vita, nella Dialettica Negativa, Adorno cambiò opinione, scrivendo:

"Il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare. Perciò forse è falso aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia […] L’arte che non è più affatto possibile se non riflessa, cioè presa se non come un problema, deve da sé rinunciare alla serenità. E la costringono innanzitutto gli avvenimenti più recenti, il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si può più immaginare un’arte serena."
La forza del linguaggio, della comunicazione, si afferma anche come capacità di rappresentazione del dolore. “Il dolore incessante”. Nella “Corrispondenza” (Melangolo editore), la parola poetica di Celan e Sachs si afferma come esistenza concretamente vissuta e patita tra i ricordi di un evento incomprensibile e la voglia di superarne le tracce. Paul Celan, poeta romeno di madre lingua tedesca, scrive poesie in tedesco, lingua del persecutore, ma anche lingua della madre perseguitata e da quel persecutore ucciso. E usa quella lingua con grande sofferenza, ma è la sola (parlava anche il rumeno, il russo, e il francese) che gli consentisse un vero dialogo interiore. Così, il poeta trova il linguaggio “impossibile”, per la poesia: in questo caso il vibrante silenzio-parlante che le parole hanno in serbo per noi, per il nostro umano capirci, orientarci. Sono, queste, parole di un mio caro amico, poeta, Stefano Raimondi, dette proprio a proposito di Paul Celan. Che, qui, mi piace citare. L’umano capirci, orientarci. L’uno con l’altro. Anche dopo che si è vissuto l’uno contro l’altro.

Un altro scrittore, anch’egli Premio Nobel della Letteratura, Ely Wiesel, invece, riesce a scrivere il proprio vissuto trovando le parole dalla lingua straniera, e non dal polacco, la madre lingua. Perché lo schermo della estraneità linguistica gli consente di accedere ai contenuti dolorosi, espressi con parole non prese dal linguaggio della propria infanzia. Wiesel quindi scriverà in francese e in inglese. Anche Primo Levi, dopo aver scritto “Se questo è un Uomo”, scrive “La Tregua”, il racconto del suo viaggio che lo riporterà a Torino, dove intende riprendere la sua vita normale.

Giorgio Bassani farà del suo “Giardino dei Finzi Contini” il romanzo di Ferrara, della propria memoria, della propria giovinezza, ma anche il ricordo di Micòl, la protagonista. Ma esiste una narrativa, più contemporanea, che non racconta di guerre o di tragedie, e che è il trionfo del linguaggio: una ricerca infinita sulle parole, sugli argomenti, un gioco addirittura, in cui l’autore si compiace della propria scrittura, ma riesce a catturare il lettore, che si appassiona e lo segue, generalmente ammirato: mi riferisco a Infinite Jest di David Foster Wallace, americano nato negli anni ‘60, grande cultore, di Shakespeare e di James Joyce. Sono citazioni che vi propongo, perché, tutte, accomunate, da un filo, nemmeno troppo sottile, che, prima di essere quello del ricordo, della memoria, è quello del linguaggio, della comunicazione. Che si faccia arte, o memoria, o poesia, o semplice vita quotidiana, il linguaggio e la persona costituiscono la centralità dell’agire sociale.  Io, oggi, non voglio parlare della memoria, ma dei due suoi strumenti, che sono, poi, gli strumenti usuali della comunicazione: il Linguaggio e la Persona, che lo usa, ma anche che ne fruisce. Linguaggio e persona, quindi.

Alcune cose sul linguaggio: non è la ripetizione verso l’esterno di un proprio pensiero, è la materia prima del pensiero, risiede nell’emisfero sinistro del cervello, che è quello della logica. L’emisfero destro è quello dell’emozione, della creatività. Ovviamente, e grazie al cielo, mai separati nelle loro funzioni. Il linguaggio è coscienza, non nel senso morale della parola, ma nel senso della consapevolezza. E’ coscienza, cioè non è inconscio. L’inconscio abita pochissimo il nostro linguaggio. Il pensiero senza il linguaggio non può procedere. Il linguaggio è l’essenza del pensiero. E molto spesso, è difficile da trovare, le parole sono difficili, ma le parole si trovano. Esistono in noi: i linguisti parlano di competence, la capacità innata a parlare, che, poi, si traduce nelle singole performance, i nostri discorsi. Il linguaggio possiede un potenziale spesso insospettato, non solo come lessico, ma come combinazione lessicale. Se ci pensate, infinite sono le combinazioni possibili delle parole. Quelle combinazioni sono il nostro essere, interiore e sociale. Occorre accedervi, entrarvi, scoprirlo. Il linguaggio è, sì, spontaneità, ma non possiamo e non dobbiamo trattenerlo, limitarlo, sempre e solo al di qua della spontaneità: occorre andare oltre, varcare quella soglia, dargli lo spessore della nostra intelligenza e della nostra emozione. Il teatro, per esempio, è ricerca sul linguaggio. E’ finzione e magìa, non è mai spontaneo, se si eccettuano alcune frange sperimentali. Il linguaggio teatrale è ricerca interiore dell’attore, compiuto attraverso il testo da recitare, il personaggio da interpretare. Per questo, il teatro è ottimo strumento nella terapia dei disturbi del linguaggio. Io mi occupo, per esempio, della cura della balbuzie, e da anni sperimento quanto sia utile l’uso del teatro come supporto espressivo nella cura della balbuzie.

La non spontaneità dell’attore non svilisce il linguaggio; al contrario lo genera, lo rigenera, lo rinnova. Non voglio togliere niente al valore della spontaneità e della libera comunicazione, anzi, ma non sempre rende onore alla comunicazione. Cose che sappiamo benissimo. Ma occorre rifletterci bene. Le parole, in primissima battuta, possono anche riflettere la nostra istintualità, aggressività, che non è spontaneità, ma semplicemente non razionalità. Per essere tolleranti e non-autoritari, dobbiamo pensarci. Intolleranti, lo siamo spontaneamente: la civiltà è un progresso e una conquista dell’uomo relativamente recente. Prima vivevamo nella giungla. E il nostro inconscio ha la memoria lunga, molto lunga. E affiora, se la ragione non ci sostiene.  Certo, non è d’obbligo essere democratici. Abbiamo, democraticamente, il diritto di non esserlo.  Anche per affermare queste teorie, però, occorre trovare le parole giuste per dirlo. Occorre saper colloquiare, teorizzare. E teorizzare è già indice di rispetto. Attaccare il prossimo, offendere significa agire istintivamente, quindi procedere secondo parole e canoni prestabiliti, usando parole che inseguono o la stereotipia o il pregiudizio, o tutt’e due: che significa parlare senza più inseguire un contenuto, ma parlare per frasi fatte. “Sei scemo!”, per esempio, detto nel bel mezzo di una discussione è frase senza senso, è frase scema. Perché attivata, dal parlante, in modo gratuito. Parole al vento. Parole di e da istinto. Tornando a primo Levi, e per fare un altro esempio, pone a epigrafe di “Se Questo è un Uomo” il suo famoso verso “Meditate che questo è stato”. E’ affermazione e richiesta di condivisione, mònito perentorio. Cioè: io te lo dico “questo è stato”, poi tu fai quel che vuoi: puoi anche non meditare. E fregartene. O non credermi, tanto è l’orrore. Perché so che questo è possibile, proprio per natura umana. Meditare, allora, è verbo che indica la necessità del razionale, come riparo dal primo moto spontaneo, cioè allontanare quel dolore da me, far sì che non esista. E indica anche la necessità operativa: medita affinché non si ripeta. Del resto, sappiamo tutti che il merito dello scrittore Levi è proprio la razionalità del suo linguaggio, la meditazione narrativa sul vissuto, con cui trovare, coscientemente, le parole per dirlo.

L’altro strumento, e fine, della comunicazione, e non solo della memoria, è la Persona.


La Persona fa parte di una struttura sociale: è “soggetto di relazioni”. Questo soggetto, nella sua giornata, vive due situazioni di base, che si alternano l’una all’altra: una chiamata “individuazione”, o autorelazione, quando vive nella propria individualità, con i propri pensieri, riflessioni, emozioni, monologhi interiori, introspezioni; l’altra chiamata “fusionalità”, o relazione con il mondo, quando sta con gli altri, si fonde con il mondo esterno, interagisce. E sempre usa il linguaggio.

La nostra persona è il frutto di questo costante alternarsi dei due momenti della nostra vita, sempre in reciproca connessione e in creativo rapporto reciproco. Da qui scaturisce la nostra entità umana, unica ed irripetibile, da qui viene la conoscenza di sé stessi, presupposto ineludibile per la conoscenza degli altri.

La Persona è punto di incontro, sempre dinamico, di fattori genetici e socio-ambientali, che determinano il conscio e l’inconscio di ciascuno di noi. “Persona” presuppone il riconoscimento, che proviene dagli altri. Il che significa che io sviluppo determinate capacità di percezione di me, nella misura in cui, dall’esterno, mi viene riconosciuto il diritto a “fare” e il giudizio - diretto o indiretto - sul mio operato. Per dirla con Umberto Eco, la persona è un po’ come un libro, che esiste solo in quanto viene letto, giudicato, pensato. Altrimenti, quel libro è come se non esistesse.

Altra definizione della parola “Persona”, in psicologia: dal latino “persona”, “maschera”, proprio come nelle commedie latine, e significa il ruolo che un individuo rappresenta nella società. In questo caso, la Persona è il mediatore tra l’Io e il mondo esterno. Il suo opposto, volendo seguire la terminologia di Jung, è il termine “Anima”, che, invece media tra l’io e il mondo interiore. Jung, psicoanalista, indica con il termine Persona l’atteggiamento verso l’esterno, e con il termine Anima, l’atteggiamento verso l’interno. E aggiunge che se la Persona è intellettuale, l’Anima è sentimentale. Sono complementari. Per cui, sempre Jung, afferma che una donna molto femminile ha un’anima maschile, e un uomo molto virile ha un’anima femminile. Se l’Anima è l’adattamento al mondo personale e interiore, la Persona è l’adattamento cosciente a ciò che è collettivo. Il che non presuppone affatto una falsità dell’individuo, ma, al contrario, la sua crescita, intesa proprio come capacità di adattamento al reale e alla società. Può esservi, invece, falsità o patologia, quando un individuo si identifica troppo con la propria persona, cioè con la sua dimensione sociale, fino a perdere i contatti con la propria interiorità: per cui, può capitare che questo soggetto non percepisca più tutto ciò che va più in là del proprio ruolo sociale. In questo caso, si avrà, allora, una persona piuttosto rigida nell’atteggiamento esterno, poco propensa alla tolleranza verso il suo prossimo. E questo può nascondere una fragilità interna. E produrre una comunicazione solo parziale, rispetto alle proprie potenzialità: il suo linguaggio, cioè, non è orientato, come dicevo prima, “al nostro umano capirci”, ma solo a un rigido gioco delle parti: “tu sei così, io sono cosà! Quindi, vai via, siamo diversi”.

La persona in continuo contatto, invece, con la propria interiorità, procede verso la conoscenza di sé. Produce, cioè, un arricchimento della propria Persona. Che si determina anche attraverso la diversità, sempre rappresentata dall’altro da me. Ma presente anche nelle varie parti di me stesso. Per definizione, cioè, l’altro costituisce la diversità, la differenza da me, e con lui io cresco e formo la mia persona. Nello stesso modo, l’ascolto di me mi dà la possibilità di scoprire le parti più varie e più diverse di me. Quindi “diversità” non è solo termine sociale di differenza, ma è termine che significa fusione, complemento e completezza della propria persona. Significa, prima di tutto, incontro e non distanza. Proprio della serie “viva la differenza”, “viva la diversità”, perché con quella io cresco. A tutte le età.

Per spiegare questo percorso, mi sono servito di una terminologia junghiana, “persona” e “anima”, solo perché mi sembra molto chiara. Freud, che di Jung fu maestro, collaboratore, ma, poi, in netto dissenso col suo discepolo, spiega le cose in altro modo: usa il termine “proiezione” per indicare un processo in cui io butto fuori da me; espello e localizzo in un altro qualità, sentimenti o desideri che non riconosco o che addirittura rifiuto come parte di me o miei. Questo ci sarà utile tra poco per meglio capire una ricerca condotta sull’autoritarismo, o meglio sugli atteggiamenti autoritari, meglio ancora sulla personalità autoritaria.

Il continuo rimando tra psicologia dell’individuo e suo mondo sociale e comunicativo ci porta a parlare, oltre che di Persona, anche di Personalità: che è quell’insieme di caratteristiche psichiche e caratteristiche di comportamento che costituiscono il nucleo di un individuo. La personalità è il modo globale con cui la persona si esprime negli ambiti sociali. Globale, nel senso che, lì, la persona assomma caratteristiche personali, individuali, sociali, consce e inconsce. Vi sono svariate teorie della Personalità, e sono stati messi a punto diversi tests della Personalità, che la definiscono secondo parametri di globalità, o di dominanza-sottomissione, o di introversione-estroversione. Interessanti sono i tests proiettivi, perché non sono rigidamente strutturati, il soggetto risponde liberamente mettendo qualcosa di più personale nelle risposte. Nei tests della Personalità, il termine proiettivo viene usato in senso ampio e si riferisce al modo in cui ciascuno di noi organizza le proprie esperienze, il proprio sentire, il proprio sapere, e usa la produzione immaginativa: il soggetto è libero di esprimersi, per il fatto che le domande non presuppongono una risposta giusta o sbagliata ma solo la propria risposta, comunque valida proprio perché è la propria. Da qui, poi, si interpreta la Personalità del soggetto, secondo parametri di volta in volta prescelti.

E la “Personalità Autoritaria” è il titolo di un’opera di sociologia, che studia questo tipo di personalità (in Italia, pubblicato da Edizioni di Comunità).


Prima parlavo di Adorno. Ecco: Theodor Adorno, filosofo tedesco, sociologo, musicologo, studioso di Estetica, aderì negli anni ’20 alla così detta Scuola di Francoforte, allora diretta da un altro filosofo, Horkheimer: oltre che una vera struttura di Studi e Ricerche sociali, questa Scuola rappresentava anche un pensiero sociale ben preciso. Un tentativo di unire marxismo e psicoanalisi per formulare una concezione di una società nuova. L’intero gruppo di studiosi lasciò la Germania, negli Anni ’30, molti, tra cui Adorno, andarono negli USA. E lì proseguirono i loro studi. In particolare,nel ’44, fu loro commissionata dall’American Jewish Committee, una ricerca sulla Personalità Autoritaria, terminata nel ’49, poi pubblicata in Italia nel 1973. Raccoglie i risultati di una ricerca interdisciplinare sulla psicologia dell’antisemitismo. Il titolo, in realtà, fu deciso ad opera ultimata, poiché questo lavoro va oltre il tema dell’antisemitismo, per sfociare, e molto chiaramente, nel più vasto argomento dell’autoritarismo e del tipo di personalità, che, di quell’autoritarismo, è portatore.  A tutt’oggi, questa ricerca rimane un modello metodologico e teoretico, rappresenta la definizione di un quesito - l’autoritarismo -, e l’affermazione dell’esistenza e dell’importanza dei fattori psicologici personali nei comportamenti autoritari, antidemocratici, oltre che antisemitici. L’assunto dell’opera è questo: l’antisemitismo è parte ed espressione di un’ideologia più ampia, caratterizzata dal conservatorismo politico, da un rapporto di sottomissione verso l’autorità, dall’autoritarismo verso chi ha minor potere, da un’ideologia etnocentrica, a sua volta legata a una struttura autoritaria del carattere, dotata di una propria coerenza e chiaramente identificabile. Il concetto di etnocentrismo è fondamentale in tutta l’opera. Gli autori lo spiegano con il concetto freudiano di proiezione, come del resto tutta la teoria di Freud sottostà alla loro indagine e interpretazione. La proiezione, secondo Freud, è un meccanismo inconscio, con cui si mette fuori dalla propria persona ciò che rifiutiamo di noi o che non riconosciamo come proprio. E’ un meccanismo di difesa. E’ alla base della superstizione, della mitologia, dell’animismo. Nell’individuo, agisce nella paranoia (mi comporto così perche mi difendo dai nemici) e nella fobia (la mia angoscia non deriva dal mio mondo interiore, ma dalla mia percezione di pericoli esterni). Successivamente, Melania Klein, psicoanalista americana, indicherà la distinzione tra meccanismo introiettivo “buono” (il mio interno) e proiettivo “cattivo” (l’esterno).

Negli anni 1967/69, l’Istituto di Pedagogia dell’Università di Firenze, diretta dal prof. Borghi, che a sua volta aveva conosciuto l’esilio negli Stati Uniti all’epoca del fascismo, con l’auspicio del CNR, fa una ricerca su “Comunicazione e atteggiamenti sociali degli adolescenti”, con una serie di interviste a studenti delle scuole secondarie di Firenze e Bari. Suo scopo: un’analisi del rapporto comunicazione/pregiudizio sociale, dove il pregiudizio viene affrontato come “implicita tendenza autoritaria” della personalità.

Questo studio ha come riferimento metodologico la ricerca di Berkeley (Adorno e altri, 1949), appunto, che riteneva il “potenziale antidemocratico” presente nei soggetti inclinanti verso il conservatorismo e nei soggetti inclinanti verso il radicalismo (personalità chiuse al vaglio critico delle idee e all’accettazione degli altri gruppi). La ricerca di Firenze era anche un adattamento italiano di quanto era stato fatto negli USA. E anche la metodologia usata è stata la medesima: uso di questionari su un campione delle due popolazioni di studenti fiorentini e baresi. Una serie, nutrita, di proposizioni affermative, cui il soggetto doveva rispondere “vero” o “falso”. L’assenso a tali affermazioni faceva scattare un punteggio sulla scala dell’autoritarismo/conservatorismo, termini usati da Horkheimer e Adorno, per indicare il “carattere legato all’autorità”, al cui polo opposto troviamo l’”uomo libero”, non ciecamente legato all’autorità.

Tale atteggiamento sociale risultava dalla sommatoria di molti tratti:
- etnocentrismo
- patriottismo spinto
- amore esagerato per l’ordine imposto dall’autorità
- familismo
- aggressività punitiva
- cinismo
- pessimismo
- gregarismo, ecc.

Queste scale, a loro volta, rivelano una predisposizione al pregiudizio sociale, cioè:
- predisposizione a pensare per stereotipi - ostilità verso gruppi diversi dal proprio (fede religiosa, età, razza, ideologia politica, sesso) - ammirazione della potenza e dell’eccellenza rappresentata dal “noi” (etnocentrismo).

Questa costellazione di atteggiamenti risale allo studio della personalità autoritaria di Adorno e altri, secondo cui il conflitto tra un Io relativamente debole e un Super Io autoritario caratterizza la personalità autoritaria. Secondo Horkheimer e Adorno, è presente, in questa tipologia di persone, il desiderio inconscio della distruzione, anche di se stessi. Ma il carattere totalitario di questa personalità impedisce al soggetto di confessare a se stesso questo desiderio di distruzione e lo proietta sul nemico “prescelto”, o inventato, o che altri inventano per lui. Lo strumento usato per queste ricerche, il mezzo interpretativo, è la psicoanalisi, e, in particolare, il concetto freudiano di “identificazione”.

L’identificazione secondaria in Freud, molto in sintesi, è un meccanismo di difesa, che consente alla persona di annullare le distanze, quindi la separazione tra sé e l’esterno. Se io, per esempio, prescelgo un gruppo in cui mi identifico, ne ricavo una sicurezza individuale e un allontanamento della distanza tra me e gli altri. Se in me, poi, si accentua la distinzione bene-male, allora ho la necessità di separare il mio gruppo di riferimento da tutti gli altri, cui, quindi, attribuirò tutti i difetti del mondo.

Un elemento importante in tutta questa ricerca è il quesito sulla libertà o illibertà del pensiero umano. Le condizioni psichiche qui descritte sono a loro volta prodotti di fenomeni contemporanei, in cui vive la singola persona. Sempre Horkheimer e Adorno insegnano - comunque sostengono - che le grandi leggi del moto sociale non vigono al di sopra delle singole teste, ma si attuano anche e sempre attraverso i singoli e le loro azioni. Questo significa: è vero che esistono condizionamenti di tipo pscoanalitico nel soggetto autoritario (le proiezioni), e che, quindi, è presente una componente inconscia. Nell’agire sociale, però, non possono non emergere, nel soggetto medesimo, le prese di coscienza, le consapevolezze offerte dalle conseguenze oggettive di questo “impianto” personologico. Quindi il mondo inconscio diventa sempre più conscio, grazie all’interagire sociale della persona, fino ad arrivare ad un necessario senso di assunzione di responsabilità. Quindi, è vero che esiste un condizionamento dell’inconscio sul conscio, ma l’agire sociale determina comunque una presa di coscienza da parte del singolo individuo.

Ma perché non è un pregiudizio il ritenere che la tolleranza sia un valore positivo e l’intolleranza un valore negativo? Qui, occorre una breve considerazione storica, dopo di che mi fermo. Vari sono stati e sono, nella storia dell’umanità, le forme dei sistemi sociali. Purtroppo, non tutti all’insegna di quei valori di rispetto e collaborazione. Quest’anno avete studiato la democrazia greca, da lì, poi, via via si sviluppano altri sistemi, che, alcuni, poi, finiscono, appunto, col negare quei valori. Fino alla distruzione fisica. Che, comunque sia, è certamente un disvalore. Arrivo subito alla contemporaneità. Che, poi, significa la “modernità”. Cos’è la modernità? Io, ma, ovviamente, non sono il solo, la faccio iniziare dal 1789, quando l’Assemblea Costituente francese promulga la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, poi di nuovo adottata, integrata e rinnovata nel 1948, dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che promulga la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. La II Guerra Mondiale aveva distrutto, raso al suolo, reso cenere - anche nel senso materiale del termine - quei diritti sanciti nel 1789. Vengono quindi riaffermati nel 1948. E da quella carta delle Nazioni Unite nascerà, poi, negli anni ’50 e ’60, negli Stati Uniti, il Movimento dei Diritti Civili, che lotta per l’ottenimento della reale applicazione di quella carta, quindi per l’uguaglianza tra cittadini e la salvaguardia delle minoranze.

1789, quindi, come inizio della Modernità. Ma tutto inizia davvero un po’ prima, e cioè nel 1762, esattamente 250 anni fa. Quest’anno si celebrano i 250 anni dalla pubblicazione di due libri, che io considero fondamentali per il bene dell’umanità, dei diritti civili e sociali: “Emilio” è il titolo di uno, “Il Contratto Sociale” è l’altro, entrambi scritti da J.J. Rousseau, filosofo ginevrino, considerato illuminista, ma a mio parere molto di più che semplice illuminista: pensatore dell’utopia, ha creato i presupposti del pensiero moderno, determinando i concetti di libertà nella società. Una brevissima notazione sul termine “utopia”: come sapete, tradotto alla lettera significa “non-luogo”, e indica l’impossibilità di realizzare quell’idea. In effetti, ciò che, per esempio, nel ‘500 era utopico, oggi è realtà comune. L’utopia, cioè, trova la propria forza nel rompere gli schemi contemporanei, per aprire il pensiero a nuovi mondi possibili, nuovi modi di pensare. Tornando a quel 1762, le due opere teorizzano: l’Emilio, un’educazione che porti il cittadino a essere uomo giusto e buono, quindi integrato e collaborante nella sua società, e, l’altro, Il Contratto Sociale, teorizza uno stato capace di fornire giustizia e libertà ai propri cittadini. Essere, insomma, uno stato libero e giusto, per cittadini giusti, liberi e solidali. R. sostiene che l’uomo nasce buono, e solo dopo scopre gli egoismi sociali. Quindi, desidera e sceglie di unirsi agli altri uomini, allearsi per collaborare, formare la società, e creare il Bene Comune, costituito da quattro elementi ben precisi, che sono: solidarietà, uguaglianza, moderazione, sobrietà. E’ un Bene Comune stabilito a priori. Questo dev’essere, e non altro, lo Stato, che per lui sarà solo repubblicano. R. stabilisce le regole del voto, crea la figura del Legislatore, che assolve il compito affidato al Contratto, e crea la figura sociale dell’Assemblea dei Cittadini, che è il Corpo Sovrano, che deve dare voce alla volontà generale, che determina il Bene Comune. Ora, è chiaro che tutto questo è possibile a seconda del sistema economico dello Stato e, tutt’ora, si discute molto su questi temi. R. era consapevole delle grandi difficoltà di realizzazione di questo progetto. Era consapevole anche che la maggioranza potesse essere costituita da corrotti, ma affermava “o una collettività trova da sé la strada verso il Bene Comune, oppure tutto è perduto”. Proprio: “tutto è perduto”. E rifiutava, quindi, qualsiasi compromesso con le teorie contemporanee denominate “dispotismo illuminato”.

Il pensiero politico a noi contemporaneo deve molto a R., tant’è che nel XIX secolo fioriscono gli studi del Costituzionalismo, che sancisce i valori del Bene Comune come irrinunciabili per uno Stato. R. grande ottimista, quindi, che teorizza il Bene Comune sancito a priori, cioè prima di qualsiasi altra scelta politica o istituzionale. La storia successiva, purtroppo, ci fa essere un po’ scettici verso questo ottimismo rousseauiano. Ma non possiamo non amarlo. Certo è, però, che non possiamo non confrontare questo Uomo di Rousseau con il tipo di Uomo delineato, circa cento anni dopo, da Freud e la sua psicoanalisi: un Uomo caratterizzato da conflitti di Amore e Morte (Eros e Thanatos), da tabù e totem (il bisogno di un’autorità che lo guidi), caratterizzato dal disagio che la civiltà gli crea e di cui pure ha bisogno. Un uomo fondamentalmente cattivo ed egoista, perché caratterizzato dall’ostilità primaria riassumibile nella formula “uomo contro uomo”. L’esatto contrario di Rousseau, insomma, quindi il pessimismo freudiano. Conosciamo la fortuna del pensiero psicoanalitico fino ai giorni nostri. E conosciamo anche tutte le rielaborazioni del pensiero freudiano. Tra cui, Erich Fromm, autore di “L’arte di amare”, “Essere e avere” ecc. Tra l’altro, Fromm studia la figura biblica di Giuseppe, come esempio di capo di Stato, capace di creare benessere, equa distribuzione di beni, solidarietà e libertà. E’ un freudiano, ma si allontana dalla tesi di Freud, riguardante l’ostilità primaria dell’uomo. Fa parte della Scuola di Sociologia di Francoforte, che crede fermamente nella rinascita sociale e nella possibilità di far sorgere una società armonica ed egualitaria: il Bene Comune, raggiungibile anche dal basso e non solo per opera dello Stato.
 
 

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