Linguaggio e handicap

Ho visto questa bellissima foto di due giovani adolescenti, un’immagine che ha fatto il giro del mondo suscitando un tenue filo di speranza: uno è palestinese e l’altro israeliano. Lo scatto li sorprende, quale immagine suggestiva e carica di intensa comunicazione, mentre procedono fianco a fianco, le braccia dell’uno sulle spalle dell’altro, verso Gerusalemme, Città Santa.

Un invito, adesso: sono sicuro che ognuno di voi vorrà aggiungere, per propria esperienza e formazione, altre persone con le loro “storie” (Giuseppe Greco).

Le storie da raccontare: in altra parte di questo sito (balbuzie), parlo dell’importanza  - anche terapeutica -  del narrar storie (storytelling). L’immagine dei due ragazzi, israeliano e palestinese, contiene i simboli di un percorso universale, di noi tutti appunto, e per tutti possibile, che porta dal reale al possibile (la pace possibile).

Quel possibile, è il potenziale, per cui occorre lavorare, impegnarsi. Ognuno con le proprie forze.

Di queste forze, fa parte anche il piacere del racconto. Provate, a partire da questa foto, a inventare una storia. E, se ne avete voglia, mandatemela, la pubblicherò in questo sito. E ve ne sarò grato. Se lo narrassi io, il mio racconto su quella foto riguarderebbe un gruppo di bambini che, a turno, e tutti insieme, inventano una storia, unica e comune, sui due ragazzi che si abbracciano e camminano. E quindi narrerei la loro storia. E non la mia. Una storia nella storia. Ai bambini direi soltanto: Guardate come è bello camminare insieme abbracciati verso lo stesso luogo. Ora continuate voi. Chi vuol cominciare?

La comunicazione, l’uso della parola, ma anche del disegno, o il ruolo del mimo, o del teatro: tutto perché la vita sociale, con i suoi stimoli, attiva il potenziale delle persone, in particolare dei bambini e degli adolescenti. Il linguaggio e la narrazione si attivano vicendevolmente, anche attraverso l’ascolto: si impara dagli altri, che, a loro volta impareranno da noi. Perché la relazione è circolare.

Ho sintetizzato in questo modo il mio lavoro sul linguaggio: il linguaggio, e la sua cura, non è il fine, ma il mezzo perché la persona si senta autonoma nell’uso del linguaggio e si autorizzi, quindi, a comunicare. Ma proprio a comunicare in modo linguistico, verbale, e non solo non-verbale. La mèta è, insomma, l’autonomia linguistica della persona, autonomia che si costruisce sull’intenzionalità a parlare, sull’ascolto reciproco, infine sulla determinazione alla comprensione reciproca.

L’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità), dopo la Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD, International Classification of Diseases) ritenne necessario affiancarle un ulteriore sistema classificatorio che trattasse le conseguenze delle malattie: la Classificazione Internazionale delle Menomazioni, Disabilità e Svantaggi Esistenziali (ICIDH, International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps), allo scopo di fornire uno strumento utile per stabilire perché una persona ammalata divenga incapace di ricoprire il suo ruolo sociale e di mantenere le sue normali relazioni con gli altri.

A metà degli anni ’70 ho lavorato presso alcune Scuole e Strutture Pubbliche della Provincia di Milano, per l’inserimento dell’handicap nelle Scuole, secondo le allora nuove disposizioni legislative, che di quell’inserimento sanciva l’obbligo. Grande conquista sociale. Da allora, il tempo non è passato invano: la nostra cultura, i nostri costumi, la nostra forma mentis hanno fatto propria quella conquista. Che io considero un vero capitale sociale.

Non solo, ma da allora, anche la terminolgia è cambiata: la parola handicap, entrata nel lessico comune, va man mano sostituendosi con altri termini, per esempio diversabile. Che ha contenuti nuovi: indica, della persona, non le limitazioni (l’handicap), ma le potenzialità e abilità. E indica anche la necessità, l’obbligo, e non solo la possibilità, per tutte le strutture e tutti coloro che con questa persona lavorano, di indicare e attuare le attività, funzioni e partecipazioni, capaci di rispondere e incrementare le capacità e le potenzialità del diversabile.

Anche l’ICIDH-2 ha eliminato i termini disabilità e handicap, dalla valenza negativa, e ha inserito una terminologia più neutrale, cosicché il riferimento è all’attività e non più alla disabilità, alla partecipazione e non più all’handicap. La visione del problema, oggi, si basa sul concetto di approccio integrato: il soggetto convive con le proprie patologie e le strutture si adoperano per migliorarne la qualità della vita, principalmente attraverso tutto ciò che può contribuire ad attivare le potenzialità della persona. E anche l’Istat, nell’indagine campionaria sulle condizioni di salute e il ricorso ai servizi sanitari, fa riferimento ad una batteria di quesiti, predisposti da un gruppo di lavoro dell’OCSE (Organizz.ne per Cooperaz. e Sviluppo Economico) sulla base della classificazione ICIDH dell’O.M.S., che affronta le specifiche dimensioni della disabilità: A) la dimensione fisica (funzioni della mobilità e della locomozione, che nelle situazioni di gravi limitazioni è detta di sconfinamento; B) la sfera di autonomia nelle funzioni quotidiane che si riferisce alle attività di cura della persona; C) la dimensione della comunicazione che riguarda le funzioni della vista, dell’udito e della parola. Questi tre punti creano un’identità, e un rispetto dell’identità, perché definita attraverso il bisogno e le potenziali capacità alla loro soddisfazione. Aggiungo, a proposito dell’identità, la pluriidentità: si parla di uomo, donna, ragazzo, ragazza, ecc., con i propri gusti, valori, caratteristiche. E non più di disabili. Rompendo, così, gli stereotipi, che, come tali, disintegrano l’identità reale delle persone.

A partire da questa “teoria sociale della mente”, che è soprattutto una “teoria sociale della persona e delle sue identità”, avviene il mio lavoro sul linguaggio con le persone diversabili.

All’inizio, ho parlato di foto e di racconti: si costruisce il linguaggio a partire dalla narrazione, e anche correggendolo tecnicamente (ma, mai tecnicisticamente), e anche lavorando sistemicamente sul linguaggio. Ricordando però che tutti gli esercizi che si faranno, e che devono essere fatti, non costituiscono un “metodo”. Il metodo è autorefernziale, rispetto a chi lo propone. Perché gli esercizi sono al servizio della Persona. Perché sulla persona si deve lavorare, e non solo sul linguaggio. Sul “Sistema Persona”, che è un sistema per la sua complessità, ricchezza, interezza. Ed è sistema dinamico.

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