Lo Sportello d'Ascolto


Pubblico qui la mia introduzione al volume " E Sesamo s'aprì" di Genny De Pas e Donatella di Martino (Erasmo Editore, 2013). Un volume che parla dell'esperienza scolastica dello sportello d'ascolto.

E sesamo
"Io considero lo “Sportello d’Ascolto” una tappa fondamentale nella Storia della Psicologia. Ma lo è ancor di più nella Storia della Scuola. E dico subito perché. Evitando, così, che mi si attribuisca un’esagerazione valutativa. A Livorno, è successo un fatto importante: il lavoro quotidiano delle nostre insegnanti, queste insegnanti di questo libro, fa percepire loro la necessità di andare oltre il proprio compito didattico. La professione esercitata è stata interiorizzata, quindi umanizzata, fino al punto di sentirne tutte le debolezze, le lacune, le insufficienze. Le insufficienze, appunto: i cattivi, o non adeguati risultati raggiunti da alcuni allievi, il loro non essere dentro la scuola vengono vissuti come indice di inadeguatezza della struttura scuola.

Inadeguatezza, che non può essere solo del metodo d’insegnamento. Certo, questo è il primo ad essere messo in discussione. Quindi, lo si rivede, lo si corregge. Lo si commisura rispetto alla classe in cui si lavora. A quell’alunno specifico, che, di volta in volta, determina la propria messa in crisi. Ci si accorge, però, che non basta. Non basta nemmeno la disponibilità a questo mettere in crisi il proprio ruolo professionale. O, addirittura, la propria persona dentro a quel ruolo. Può essere necessario, ma non sufficiente. Poi, una sana e serena consapevolezza autopercettiva, nonché introspettiva, porta queste insegnanti a concludere una verità molto vera: c’è un disagio, un disagio personale, certamente all’interno di quello specifico alunno/a, ma altrettanto certamente quel disagio va fatto risalire a situazioni più vaste, più generali. Che riguardano, sì, quell’alunno/a, ma non solo lui/lei. Per dirla con il linguaggio della Psicologia Sistemica, quell’alunno è il paziente designato, la vittima in altre parole, quello che deve fare le spese di un sistema, appunto, che, come minimo, è mal funzionante. Il sistema risale a tutto il possibile circondario. Di fronte a tale verità, quantitativamente diffusa può essere la reazione, da parte degli insegnanti, che io definisco qualitativamente qualunquista: “io mi impegno nel mio lavoro, quindi mi assolvo rispetto a possibili, ancorché necessarie, autoresponsabilizzazioni, e a ulteriori coinvolgimenti umani. Perché mai dovrei entrare in dinamiche sociali o umane che riguardano l’utenza del mio lavoro, e non direttamente la mia persona”? Ecco: chi si è fatto carico, invece, di queste problematiche, non se le è scostate di dosso, ha fatto ricerca, ha cercato la soluzione, ha elaborato il proprio ruolo, ha attivamente coinvolto le strutture in cui si trova ad operare, le ha responsabilizzate, esattamente come ha fatto per la propria persona e ruolo professionale, fino a pensare un luogo di ascolto. A questo punto, i disagi delle nostre insegnanti diventano il loro punto di forza: perché da lì scatta il pensiero, e l’iniziativa, del nuovo corso da dare al proprio lavoro.

E, allora, l’Ascolto prende la lettera maiuscola, non solo perché si è, poi, istituzionalizzato in tutto il territorio italiano, a partire da Livorno e per opera di altre e altrettanto meritevoli persone, ma, soprattutto, perché è diventato una vera struttura mentale, nata e caratterizzata dalla preparazione, professionalità e consapevolezza di quel che si voleva andare a fare: obbedire alla necessità, prima soggettiva e poi oggettivata, di offrire un sapere, in continua formazione, contro il disagio scolastico e/o sociale. Nelle pagine di questo libro non vi è un rigo che possa farci pensare a un velleitarismo: al contrario si respira consapevolezza, bisogno di sapere per essere all’altezza di una situazione, che si vuole creare perché se ne sente la necessità. Aria di ricerca, insomma: sempre fresca e piena di buon vento. Proprio della serie qual buon vento vi porta!? Queste insegnanti, dicevo prima, hanno interiorizzato il proprio lavoro fino a riuscire a metterlo in crisi, e da questa crisi creare reali e concreti mezzi per un intervento, individuato come capace di porre rimedi al disagio scolastico e sociale. Per sociale, intendo, qui, proprio l’àmbito più prossimo all’allievo. E, da questo, poi, per estensione, si arriva ai valori culturali, o anche disvalori sociali, che caratterizzano la nostra epoca: capaci di inquinare, come in ogni momento storico, il frutto di un lavoro scolastico. Inteso non solo come apprendimento, ma come formazione e costruzione di individui. E si arriva anche alle più semplici disfunzioni private, familiari, caratterizzate da non-ascolto, non-comunicazione, non-consapevolezza. E, allora, si è data, all’alunno e alla sua famiglia, la possibilità di comunicare e di ascoltare. L’ascolto, in quanto rapporto umano, ha la capacità di abbattere le barriere, vere o presunte. E, con lo Sportello di Ascolto, la Scuola ha voluto testimoniare la nuova propria identità: una struttura presente, se richiesta, sin nell’intimo della privata vita familiare. Si è voluto ribaltare la rigidità dei ruoli, per far pensare la scuola come parte integrante del tessuto sociale dell’alunno e della sua famiglia. Una Scuola capace, quindi, grazie al proprio sapere e alla propria collettività, ma soprattutto grazie alla propria militante presenza, di destabilizzare, in positivo, la fissità di un sistema sociale, svantaggiato e svantaggiante, che, in nome di un determinismo storico, dovrebbe fornire solo svantaggi o disagi, là dove e proprio perché svantaggi e disagi sono già presenti.

I ruoli hanno, allora, trovato la propria conferma creativa e destabilizzante rispetto al già conosciuto, hanno espresso la propria utilità, perché hanno esteso il proprio raggio d’azione. Quindi hanno rotto la logica della rigidità e fissità, spesso solo strumento di autoreferenzialità. Con lo Sportello d’Ascolto, la Scuola ha voluto essere testimone delle proprie potenzialità, attuarle e offrirle. Non certamente andando oltre il proprio ruolo, ma al contrario manifestando tale ruolo, fino al punto di pensarlo come un contributo alla lotta contro il disagio, o, se si vuole essere più ottimisti, un contributo al benessere sociale. Individuando, in questo modo, il vero significato di Scuola dell’Obbligo: l’obbligo non è solo per la famiglia e per l’alunno, l’obbligo è anche per la scuola, che deve saper gestire il proprio compito. Io considero lo Sportello d’Ascolto come la risposta delle nostre insegnanti al don Lorenzo Milani della “Lettera a una Professoressa”: “va bene, hai ragione tu, caro Lorenzo. Qui ci vuole un ascolto. Dei dolori, dei disagi, del malessere. Noi lo vogliamo fare. Mettiamoci ad ascoltare e facciamoci ascoltare”. Considero, inoltre, l’Ascolto, all’interno della Scuola, una ideale, ma concreta, prosecuzione del lavoro di Danilo Dolci, quando riuniva la popolazione di Partinico dove l’analfabetismo non era assente, in serate di dialoghi e ascolti reciproci, organizzate su varie tematiche (essere padri, madri, il lavoro, l’occupazione, la creatività, la violenza, l’arte, ecc.). Un’azione non-violenta, nel caso di Dolci, e, per don Milani, anche un’azione di rivendicazione dei diritti reali degli alunni, tutti, delle scuole, tutte: la storia del sistema scolastico, dal secondo dopoguerra a oggi, come affermazione del pensiero democratico, per opera della base degli operatori. Un pensiero che occupa gli spazi che gli sono concessi, per compiere effettive realizzazioni, in linea, appunto con quel filone di pensiero che vede nella scuola la possibilità di creare la “città del sole”, e non solo la città autoconservativa.

Questo dal punto di vista scolastico/civile. Ma c’è, in tutto questo, molto di più. Proprio entrando nello specifico, intrinseco allo Sportello d’Ascolto. E che riguarda il dibattito interno alla psicologia. L’Ascolto, osservato con il prisma dell’evoluzione più attuale della psicologia, costituisce un punto di arrivo di grande modernità. Come sappiamo, la psicologia si suddivide in varie branche: qui, quelle che ci interessano sono la psicologia scolastica, la psicologia dell’apprendimento, la psicologia clinica. Quest’ultima, addirittura si impone come necessaria disciplina rispetto a quanto leggiamo nelle pagine delle “nostre professoresse”: veri e propri casi di disagio, che le hanno spinte a coinvolgere, dopo il loro ascolto, figure di clinici professionisti. Altissimo esmpio di professionalità. Senza entrare nei particolari, perché non è il caso in questa sede, diciamo che la psicologia scolastica e dell’apprendimento hanno proceduto e procedono nella direzione più favorevole al mondo degli alunni: importanza del tempo pieno; necessità della socializzazione, intesa anche come momento di interazione tra alunni e, in più, contro l’isolamento dell’handicap (risale al 1973 la legge dell’inserimento delle disabilità nella scuola dell’obbligo); la visione della scuola come comunità che consenta l’espressione delle capacità individuali, ma anche dei disagi e delle difficoltà dei singoli; quindi la scuola che accoglie, e, automaticamente cura: la necessità di affrontare il bullismo: l’importanza data alla creatività come veicolo di affermazione delle specificità: il peso dato al sapere in quanto veicolo di autonomia e di capacità critica (insegnamento del Salvemini, ben raccolto dalla nostra scuola contemporanea): la necessità di combattere pregiudizi e odi razziali: l’interculturalità come reale mezzo per l’integrazione effettiva della popolazione immigrata: gli stessi mezzi compensativi o dispensativi stabiliti perché il DSA non costituisca ostacolo alla crescita scolastica di quegli studenti: e molto altro ancora. Tutti dati inoppugnabili, capaci di controbilanciare le inevitabili storture o episodiche manifestazioni di una scuola che non funziona. E sia ben chiaro che questo è il risultato di volontà e battaglie, precise e consapevoli, a favore del bene della Scuola, e non certamente il frutto di una visione idealistica del progresso, secondo cui il tempo che passa porterebbe, da solo e automaticamente, i vantaggi all’istituzione, qualunque essa sia. Perché è sufficiente abbassare la guardia perché tali conquiste vadano perse. Basti, per tutte le situazioni elencate, l’esempio del tempo pieno, che mai ha smesso di essere minacciato in nome di male interpretate e male intese teorie della famiglia. O, ancora, le disabilità, il cui inserimento scolastico, oltre a sempre rischiare di essere solo nominale e non fattuale, sempre ha bisogno di essere vigilato nella sua reale applicabilità. Quindi, niente avviene per normale evoluzione storica, ma tutto è il frutto della militante consapevolezza di chi nel mondo scolastico opera e di chi desidera la scuola democratica, nel senso che la storia del pensiero pedagogico (Borghi, Dewey, Manacorda, Milani, Capitini…) ha dato a questo termine. Insomma la scuola è schierata, perché possa essere di vantaggio reale agli utenti. Un discorso a parte va fatto per il rapporto tra psicologia clinica e Sportello di Ascolto. Per mostrare come quest’ultimo riesca a cogliere il percorso più evoluto della clinica. Svariate sono, come sappiamo, le scuole di psicoterapia e relativi “indirizzi”, nonché teorie della mente.

La stessa psicoanalisi si suddivide in varie scuole di pensiero, il neocognitivismo si oppone alla psicoanalisi, da questa ben ricambiato, le teorie psicodinamiche sono rappresentate da varie “sigle”, ecc. ecc. Se le studiamo tutte, ad una ad una, però, tutte sono caratterizzate da un’evoluzione teorica, dove, al centro dell’attenzione c’è il paziente, la persona. Contro un “dispotismo” teorico, certamente originario, che dava immenso potere, comunque grande potere, al clinico e al suo sapere. Se si eccettua il pensiero di Ferenczi, allievo diretto di Freud, che, addirittura, parlava di analisi reciproca tra terapeuta e paziente, tutto il pensiero clinico-psicologico era caratterizzato da una visione centrata sul sapere del professionista e il paziente era, per lo più, oggetto di interpretazioni. Per la psichiatria, poi, tutto questo era ancor più accentuato dalle logiche medico-ospedaliere. Si deve arrivare ai tempi di Basaglia, per assistere a un reale cambiamento delle logiche terapeutico-cliniche. Lo psicologo si sentiva protetto e garantito da un sistema interpretativo, che era il proprio sapere. Un po’ estenuato per necessità di sintesi, lo ammetto, ma questo era il dato prevalente. La ricerca, il dibattito, in seno alle varie scuole, hanno, poi, man mano trasformato questa visione teorica. In Italia, per esempio, la Rivista “Sapere”, negli anni ’70 del secolo scorso, apriva un dibattito rispetto alla psicoterapia: questa era da intendersi come trasmissione del sapere da parte dello psicologo al proprio paziente: una comunicazione non più basata, quindi, sull’autoreferenzialità del professionista, ma centrata sulla persona del cliente. Cui si dovevano fornire strumenti di conoscenza e consapevolezza: strumenti terapeutici. Del resto, lo stesso Fromm, parlava di una nuova scienza dell’uomo, capace di formarne la personalità, anche in senso culturale, contro gli autoritarismi, spesso esercitati anche dall’individuo su sé stesso, consapevolmente o no. Ma negli ultimi anni, si è parlato, anche nelle teorie psicodinamiche, di teoria dell’ascolto. L’uso clinico delle metafore, per esempio, è totalmente incentrato sull’ascolto del paziente: a partire dal racconto del vissuto del paziente, il terapeuta intesserà trame narrative che inducono la persona a proprie elaborazioni.

Ma interessantissimo per noi, che qui ci occupiamo dell’ascolto, è il dibattito inaugurato da Luciana Nissim, psicoanalista: avrei intenzione di descrivere un possibile modo di fare psicoanalisi oggi, in cui sia possibile riconoscerci e comunicare tra di noi (…) perché è basato su un ascolto sempre più accurato e rispettoso di quello che il paziente dice, sia nelle associazioni spontanee sia nelle risposte alle interpretazioni ricevute” (1984), in; Luciana Nissim Momigliano, L’Ascolto rispettoso, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001, pag. 124 . E più oltre, citando Wilfred Ruprecht Bion, lo psicoanalista inglese, secondo cui il paziente è il miglior collega che abbiamo, la Nissim dice che tale affermazione fa fare una conversione di 180 gradi sia al vecchio modello freudiano (…) sia a quello vetero-kleiniano (…) perché l’utilità di questo modello può consistere nel fatto di chiedere anche a noi analisti di essere avvertiti di quanto aspetti simili e/o simmetrici della personalità possono essere mobilitati inconsciamente anche in noi proprio dal contatto con il paziente e quindi, operando oscuramente come sabotatori, possono impedire al dialogo e al lavoro comune di svilupparsi in modo soddisfacente. Certo, quanto riferito in citazione è di dominio prettamente psicoanalitico. E lo sportello di ascolto è tutt’altra cosa. Ma, pensiamoci bene!, non è poi così lontano: con lenti percorsi ed elaborazioni e ricerche e supervisioni e dibattiti dei suoi rappresentanti, la psicoanalisi trasforma il proprio pensiero e la propria pratica da teoria dell’interpretazione e del rapporto di transfert, in teoria dell’ascolto (un’indicazione fondamentale per l’analista: vivere con il paziente nella situazione che si sta verificando in quel momento, in modo da poter davvero ascoltare quello che questi gli sta comunicando, invece di lasciarsi assordare dal fracasso che possono fare nella sua mente preoccupazioni teoriche, ricordi e desideri di vario tipo, ibid., p. 124). Così, all’interno del proprio lavoro di insegnanti, le nostre professoresse, seguendo i percorsi da quel lavoro imposto, decidono, con altrettanta passione e ricerca ed elaborazione e dibattiti, che occorre dimenticare il proprio ruolo, il proprio sapere, per calarsi nell’ascolto, attivo e fattivo, dei propri studenti. Imparare a capire cosa hanno davvero da dire, cosa impedisce loro di dirlo, fornire loro orecchie che, finalmente, li ascoltino. E procedere da questo ascolto verso possibili soluzioni: al netto dei libri e del sapere che la scuola deve fornire. E proprio perché quei libri e quel sapere possano davvero svolgere una funzione nelle giovani menti di chi, per diritto reale, ma anche per diritto soggettivo, va a scuola. Diritto soggettivo: avere la possibilità di superare ostacoli personali che si frappongono tra la sua persona e l’effettivo godimento di un diritto.

E allora queste professoresse hanno scritto questo libro. Per farci sapere, per non lasciare al vento, anche se un buon vento, tutto il loro percorso, sentito, spesso sofferto, ma sempre animato da vivezza sociale, da consapevolezza di quanto veniva richiesto loro dal proprio lavoro. In Pedagogia, come in Psicologia, scrivere un lavoro scientifico, che è un’esigenza di testimoniare quello che si è fatto, si è capito, si è faticato, ha sempre un aspetto creativo che è molto prossimo al lavoro dell’artista. La creatività si respira in tutte queste pagine, una creatività che non è solo nel testo, ma proprio nell’oggetto narrato. Senza quella creatività, nulla di quanto qui possiamo leggere sarebbe esistito. E mi piace, allora, concludere, di nuovo citando la Nissim Momigliano, dal suo lavoro Creatività, del 1979, presente nel volume già citato (p. 80): dice appunto che il lavoro scientifico di una psicoanalista ha un aspetto creativo che lo apparenta all’artista o se si vuole, più modestamente, a quello dell’artigiano che opera sul suo materiale, a quello del contadino che fa nascere i frutti dalla terra, e rappresenta simbolicamente il coito fecondante, la gravidanza, il parto. Ringraziamo, allora, queste due persone, queste due donne, queste due professoresse!"
Roberto De Pas.
 
 

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