“Michela”, di Giuseppe Novellino

"Michela", di Giuseppe Novellino


Il difetto di Michela non sembrava grave. Eppure lei, una ragazza diciottenne esile e carina, ne soffriva.
Si trattava di una forma abbastanza classica di balbuzie. Michela si inceppava soprattutto nelle consonanti seguite da vocali. In certi casi, quando l’ansia la soffocava, era davvero un disastro.
Non interveniva mai in classe e durante le interrogazioni parlava pochissimo, a voce bassa, rischiando di apparire impreparata. Infatti io le avevo messo qualche insufficienza, come quella volta che aveva fatto praticamente scena muta.
Possedeva un’amica del cuore che però non era nella stessa sua classe. In tale contesto stava per lo più in disparte, si intratteneva pochissimo con i compagni. Alla minima occasione, soprattutto durante l’intervallo, scappava come una gazzella e si rifugiava nella compagnia dell’amica.
Non sapevo come aiutarla.
Una volta cercai di prenderla da parte per parlare del suo difetto, ma si chiuse come un riccio e non disse quasi nulla.
Allora provai a chiedere informazioni alla sua amica.
Si chiamava Sonia.
Mi disse che Michela con lei era molto aperta e quasi sempre gioviale, che aveva un bel carattere, che era estroversa e capace di dire cose molto argute e spiritose. Certo, si era accorta anche lei del difetto, ma lo considerava una cosa trascurabile. A volte, durante le loro intime conversazioni, le appariva del tutto inesistente.
- Lo so che ci soffre e che con gli altri è chiusa – mi disse Sonia. – Ma, secondo me, ingigantisce il problema.
Ecco, forse avevo trovato il bandolo della matassa. Si trattava di una balbuzie di non grave entità, ma resa dannosa dalla forte emotività e forse dalla convinzione di non essere all’altezza degli altri, soprattutto nella conversazione.
Ma come fare a parlare con una ragazza che era chiusa come un riccio?
Mi venne una splendida idea.
Visto che lei era molto concentrata nei compiti in classe, che rifletteva e scriveva discretamente, decisi di usare quel mezzo per fare breccia dentro di lei.
Preparai una prova consistente nella comprensione e nel commento di un testo. Solo che lo scritto non andai a cercarlo nei libri, ma lo scrissi io stesso, ad hoc. Per lei, insomma.
Mi misi d’impegno e il giorno prima partorii un discorso sulla padronanza che la persona deve avere quando si relaziona con gli altri, quando si trova a parlare, magari davanti a un pubblico. Tirai fuori tutta la mia conoscenza in campo psicologico e soprattutto psicofonico, riuscendo così a mettere insieme un messaggio corposo nel contenuto, ma snello e incisivo nella forma. In esso presentavo il piacere derivato da una calma e controllata respirazione, la necessità della concentrazione su quello che bisogna dire; spiegavo come fosse necessario considerare l’uditorio un’entità in completa balia dell’oratore, presentavo alcuni trucchi di chiarezza espositiva che avevo ricavato da un manuale di retorica. Insomma feci capire che il parlare bene dipende non da chi ascolta, ma da chi parla, il quale, in quell’atto, deve sentirsi una specie di dio che cala dall’alto il suo discorso.
Con le domande abbinate al testo, chiedevo agli alunni di esprimere un’opinione e di confrontarsi con la loro esperienza.
Feci centro.
Michela, che aveva lavorato con un’applicazione più intensa del solito, prese un otto. Ma il fatto più interessante fu che due giorni dopo il compito, prima ancora di conoscere il risultato, mi si accostò e mi chiese che voleva saperne di più sull’argomento.
Fui felicissimo di accontentarla.
Alla fine dell’anno, Michela parlava nella sua classe con maggiore frequenza e spontaneità. Nelle interrogazioni rendeva molto di più e si lanciava in vere e proprie esposizioni fiume.
Certo, la leggera balbuzie un po’ si notava, ma a tratti scompariva come per incanto.
Il vero risultato fu che né lei, né gli altri ci fecero più caso.

  Giuseppe Novellino
 
 

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