Narrazioni

La caduta (Bababadalkarakmennydorkamminarronncaammbrontonnerronntuonnthunntrovarrhounaaskaatoohoohordenentornah!) di un già walstretto oldparr viene riconta presto a letto e più tardi nella vita…
(James Joyce, Finnegans Wake H.C.E., Mondadori, Milano, 1982, traduzione di Luigi Schenoni, p. 3)

Sventurato chi non ha il coraggio di accostare due parole che non erano mai state unite.
(Ramòn del Valle-Inclan)

Narrazioni


La balbuzie, in quanto disturbo del linguaggio, è anche disturbo della comunicazione.

Il che è meno ovvio di quanto possa sembrare: non è detto che un disturbo della comunicazione si presenti nelle forme di un disturbo del linguaggio, e ancor meno nelle forme della balbuzie.

Inoltre, non tutti i terapeuti ritengono che il problema della comunicazione sia un aspetto centrale, e importante, all’interno del fenomeno “balbuzie”.

Poi: non sempre è vero che il balbuziente comunica poco a causa della balbuzie. Spesso, può accadere il contrario: che la balbuzie, cioè, sia presente perché la Persona comunica poco. Il suo rapporto col dire, dire agli altri “chi è”, “cosa pensa”, “cosa sente” ecc., non è diretto: vi sono conflitti, anche inconsapevoli, verso una tal direzione.

Generalmente, sono vere le due affermazioni:

  1. Il balbuziente comunica poco perché balbetta,
  2. Balbetta perché comunica poco.
Delle due affermazioni, nessuna è centrale, nessuna è “gerarchicamente” più vera. E, a parte “l’uovo e la gallina

Nasce prima il problema comunicazione o il problema balbuzie?

Sta di fatto che i due aspetti,  qui presentati nel loro rapporto causa/effetto, sono presenti nella balbuzie:

  1. il disturbo oggettivo del linguaggio;
  2. i problemi verso la comunicazione.
E sono, tra loro, intrecciatissimi.

Il rapporto causa/effetto esiste, ed esiste nelle due direzioni. Ma il loro intreccio non è dato solo dalla sequenza causa/effetto: possono essere due caratteristiche della personalità, che si incontrano e si alimentano reciprocamente.

Il che può non rientrare nella catena causa/effetto: la balbuzie può originarsi anche da altre cause. Per esempio, il timore della punizione (l’abbandono) può ostacolare, nel bambino, la libertà della comunicazione (a quel punto “vissuta”, istintualmente, come possibile colpa). Oppure, altro esempio: il bambino mal sopporta la nascita del fratellino/sorellina, al contempo temendo, però, la comunicazione di un tale sentimento (e quindi, colpevolizzandosi). In senso più generale, possiamo dire che la comunicazione in generale, intesa cioè in senso lato, è problematizzata, nel parlante, prima ancora che tale problematicità, soggettivamente nata, possa poi trasformarsi, e oggettivarsi, in Balbuzie.

Sta di fatto che la balbuzie è disturbo del linguaggio e della comunicazione.

Quindi, la rieducazione tecnica del linguaggio, nella cura della balbuzie, non sarà il fine, ma il mezzo: il mezzo per incentivare, appunto, la comunicazione, la cui libertà e liberazione è il vero fine.

Ora, la narrazione è il luogo principe della comunicazione. E allora: gli esercizi linguistici per la cura della balbuzie possono e devono essere fatti, anche, usando il canale della narrazione. Con i bambini (fiabe, gioco, disegni), gli adolescenti, gli adulti. Siamo lontani, quindi, da un esercizio fonico-linguistico puro e semplice, spesso fine solo a sé stesso. Per entrare, invece, nel mondo della narrazione, appunto, la cui utilità non la si riscontra solo nella cura della balbuzie, ma in ogni forma di psicoterapia: la psicoterapia è una narrazione fatta dal paziente, all’interno di una relazione, che prevede anche la narrazione dell’altro. Quindi comunicazione e ascolto.

La sua utilità è comprovata anche nei casi in cui il sintomo non sia così evidente come evidente, invece, è la balbuzie. La narrazione prevede un legame sociale, un’alleanza.

Un racconto è un discorso a proposito di certi fatti, ma, nella misura in cui si manifesta in una narrazione, transita fra un soggetto e un altro, si realizza all’interno di una relazione e contribuisce a crearla” (Paolo Jedlowski).

La narrazione non avviene solo facendo cronaca, ma può essere fatta anche usando storie inventate, non necessariamente legate al reale.

Ancora Jedlowski: “le storie inventate possono porsi come metafore per parlare di dimensioni dello spirito o dell’intelligenza difficilmente afferrabili ma non per questo irreali, di emozioni, fantasie, sentimenti o intuizioni che altrimenti resterebbero solo oscuramente avvertiti”.

Quindi:

  • non solo gli esercizi fonetici sganciati dalla comunicazione/narrazione;
  • sì alle storie inventate, che vengono narrate durante le sedute per la cura della balbuzie, ma anche fuori dalla “stanza terapeutica”.
  • sì al riascolto delle proprie storie, inventate o non inventate, tramite le audio o video registrazioni.
L’ascolto, e il riascolto del proprio parlato, oltre a essere un importante strumento di conoscenza tecnica del proprio linguaggio, è anche una conoscenza di sé, della propria creatività, ovviamente collegata alla libertà linguistico-espressiva. E una tal conoscenza autorizza il parlante a comunicare. Perché scopre che non esistono modelli esterni di comunicazione, ma esiste la propria comunicazione, unica, singola, irripetibile. Personale.

Da qui deriva il Teatro per la cura della balbuzie. E da qui derivano le storie che i ragazzi di una Scuola Media mi raccontano. Con loro faccio Teatro, al di là e al di qua di qualsiasi problema di linguaggio: è proprio comunicazione. Allo stato puro. La cui utlità è la scoperta e la conoscenza di sé, e quindi delle proprie relazioni umane e sociali.

La narrazione ‣‣ 

Sono stato invitato...‣‣

 

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