Teatro-terapia


… le strade dei due maggiori registi del secolo rifluivano in un medesimo punto d’incrocio, e l’arte assumeva valore di mutuale sostegno, di suprema riconciliazione nella non-luce d’un bieco bosco di delazioni e sospetti. Ma anche: com’è assurda ogni fuga, ogni ricerca di risorse inconsuete, se il fuggitivo trova l’estremo sollievo soltanto nel grembo d’un mondo da cui era evaso col sogno di irreversibili americhe.
Queste righe di Angelo Maria Ripellino, storico e critico del teatro (Il trucco e l’anima, Einaudi, 1974, p. 406.), ben rappresentano il mio uso del lavoro teatrale, all’interno della terapia della balbuzie e dei disturbi della comunicazione. Perché:

  1. La conflittualità tra Stanislavskij e il discepolo Mejerchòld (i due maggiori registi del secolo di cui parla Ripellino) sfocia nel loro re-incontro, rappresentato come un incrocio: delle loro diversità artistiche, ma anche generazionale.
    L’incrocio è quel punto di incontro, delle vie e anche delle persone, che non annulla le diversità, anzi le esalta: le strade mantengono la propria “identità”, offerta l’una all’altra e all’altra ancora. Aprendosi in un Largo, in una Piazza, in una Agorà. In un “meticciato”: metafora della creatività delle diversità culturali, e metafora anche delle “diversità interiori” del singolo individuo. Il conflitto interiore, l’ansia, il desiderio e la paura, il trucco o l’artIficio teatrale e l’anima che deve attivarlo, e il suo linguaggio: è l’incrocio che ci abita, condizione umana universale, e mai neutrale, e quindi potenzialmente ricchezza o povertà: il conflitto è, o può essere, portatore del nuovo, a sua volta cammino verso il cambiamento: no hay caminos, hay que caminar (non esistono cammini, si deve solo camminare: è una scritta che compare in un antico Convento di Toledo). L’arte, sì l’arte che crea, ma anche l’arte che si apprende e che si usa nel cammino terapeutico, ha la capacità, e quindi il dovere, di realizzare quel potenziale, sorretta dal valore di mutuale sostegno. Mutuale, perché il teatro è lavoro di relazione, di complicità, di compresenza. Pur nella non-luce d’un bieco bosco di delazioni e sospetti: quel bosco cui si riferisce Ripellino, era il reale clima politico dei due registi, che vivevano nella Russia sovietica; per noi, oggi, è la non-luce della Persona, quando questa vive, e attua, un’autocensura costante della propria comunicazione e libertà di parola: perché la balbuzie è, prima di tutto, Disturbo della Relazione, conflitto, sospetto quindi, verso i propri contenuti (da comunicare), e sospetto, paura, verso l’ascoltatore (che quella comunicazione ascolta). E delazione: perché la balbuzie è spia di conflitti, una spia che, quando si insedia, prende il potere, destabilizza e relega ai margini, quanto meno ai margini della comunicazione. E a volte anche fino alla clandestinità, per creare la propria assenza fonica e verbale. Lo svolgersi del sospetto e della delazione, il loro attuarsi, per altro, è circolare. E se il circolo è vizioso, l’Arte può renderlo virtuoso, creare la suprema riconciliazione, usandone l’energia. Anche in modo tecnico: perché la formazione dell’Attore è anche studio fonico-respiratorio, e della postura. Del corpo. Del linguaggio, in senso lato.
  2. Questa trasformazione dell’energia verso la creatività e la comunicazione risulta addirittura palpabile dentro al tempo-spazio in cui avviene l’incontro e il lavoro tra gli attori: energia fatta di incroci di strade che fluiscono verso un medesimo punto (agorà), di mutuale sostegno, suprema riconciliazione. Ingredienti, questi, da pensare come sempre attivi e in movimento, attraverso il percorso della interiorizzazione dei vissuti così esperiti. Questa interiorizzazione, che si svolge anche durante il tempo/spazio che passa tra la fine di una seduta/teatro e l’inizio della successiva, è il compito vero dell’arte terapia, e, io credo, il più difficile e responsabilizzante sia per il paziente che per il terapeuta. I quali saranno sempre molto attenti a un tale compito; e, anzi, lo penseranno come il proprio lavoro da svolgere all’interno dell’arte (teatro) terapia. L’interiorizzazione, e l’intenzionalità, costituiscono il processo che rende non-assurda ogni fuga, ogni ricerca di risorse inconsuete. Perché il fuggitivo non vorrà trovare l’estremo sollievo soltanto nel grembo d’un mondo da cui era evaso col sogno di irreversibili americhe. Ma la liberazione, e non solo del linguaggio, vorrà trovare nella costante ricerca delle proprie irreversibili americhe: ovverosia, la libertà espressiva e comunicativa.
Questo che avete appena letto è la sintesi di una Relazione presentata al XIV Convegno Cisat (Centro Italiano Studi Arte Terapia) di Napoli, “L’arte come strumento terapeutico” il 24 Giugno ’17. In questa sintesi, le parole chiave sono:
teatro, linguaggio, teatro-terapia, creatività, libertà comunicativa, interiorizzazione, attore, balbuzie.

 

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